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Anna Rosa Fontana

Tempo di lettura 3 Minuti

Dopo la richiesta di risarcimento parla Camilla Schiuma, madre di Anna Rosa: «Mia figlia poteva essere salvata. Bastava prenderla sul serio, non voleva certo dare fastidio.Non si sono mossi per proteggerla»

MATERA – «L’avevano presa come una barzelletta, pensavano che mia figlia volesse dargli fastidio, invece bastava che andassero a verificare se gli serviva aiuto e si sarebbe sa».
Ne è convinta Camilla Schiuma mamma di Anna Rosa Fontana, la donna uccisa dal suo ex convivente Paolo Chieco poi condannato a 30 anni.
La causa civile che rivendica una serie di omissioni delle forze dell’ordine tiene aperta una vicenda che ripercorre le sofferenze subite da una donna nel corso degli anni con una serie di denunce, maltrattamenti, un tentato omicidio nel 2005 prima de tragico evento finale che è accaduto nel 2010 quando Anna Rosa è stata ancora una volta accoltellata ma in questo caso non ha potuto far nulla di più per potersi difendere.
Come sta signora Camilla dopo tanti anni?
«Per me è come il primo giorno, non sono cose che si possono dimenticare ma non è facile vivere con il danno che abbiamo avuto. Devo sorreggere ora tutto da sola. Non ho avuto sostegno da nessuno con una bambina che sta ancora crescendo a cui spiegare la situazione».
Ha sempre pensato che si poteva fare di più per sua figlia?
«Le ferite ci sono ancora. Inizialmente non avevo la forza di leggermi le carte. Ma mi sono resa conto di omissioni che ci sono e ho contattato l’avvocato Pistone. Poi ho visto i tabulati delle telefonate e mi sono chiesta come mai nessuno le è andata incontro».
Ma sua figlia come si comportava, chiedeva aiuto alle forze dell’ordine?
«Dopo lo stalking l’ho seguita anche io, le dicevo di chiamare e lei mi rispondeva che “mi ridono in faccia”. Volevano che mia figlia gli portasse l’assassino».
Cosa è scattato secondo lei?
«Io sono convinto che il momento decisivo, la condanna a morte di Anna Rosa è stato il 21 settembre nell’udienza in cui si è difesa a spada tratta denunciando ciò che le veniva fatto. Già il primo ottobre avevo segni di strangolamento».
Nel sentire alcune registrazioni cosa le viene in mente? Si aspettava certe risposte?
«Non immaginavo si potesse arrivare a tanto. La cosa che penso è che non l’ho più rivista. Non è venuta con me a festeggiare la vigilia dell’Immacolata, è voluta rimanere a casa con i figli. Non potevo immaginare che accadesse questa tragedia. Ma tutto è maturato in quei mesi dal 21 settembre fino a dicembre».
Prima dell’omicidio e anche del tentato omicidio c’erano sentori che potevano far pensare a una simile evoluzione?
«Ci sono una serie di denunce che dimostrano che lui la picchiava ma poi si pentiva».
Cosa è accaduto in quella serie di telefonate di dicembre?
«Vuol sapere cosa penso? Io penso che non tutte queste persone fanno il loro dovere. A volte si sentono protetti dalla divisa e quindi pensano di poter anche non svolgere il proprio dovere».
Cosa dovevano fare?
«Dovevano evitare che quella sera succedesse questa tragedia. Altro che riderle in faccia. Vorrei capire cosa hanno nel cuore. Che coscienza hanno».
Secondo lei perché non sono intervenuti dopo quelle telefonate?
«L’hanno presa come una barzelletta, pensavano che mia figlia volesse dare fastidio. Invece dovevano andare a verificare se aveva bisogno di aiuto. Ora chi ha sbagliato è giusto che paghi. Mia figlia ha un valore, non posso definire quello che mi è stato fatto».
Cosa vuole per il futuro?
«Io voglio che certi fatti non accadano più e chi non lavora bene  vada  via. Non si sono mossi per niente. Non è pensabile».
La pena dopo il tentato omicidio era stata ridotta. Cosa ne pensa?
«Oggi ci sono gli sconti, i riti abbreviati, si tutelano gli assassini. Io ho paura di ritrovarlo fuori e di ricominciare daccapo. La patria potestà gli è stata revocata solo finchè è in carcere. Poi? Cosa devo aspettarmi? Ricominceremo daccapo? Bisognerebbe scontare fino all’ultimo giorno».
Ha mai pensato di provare a lasciar perdere, andare avanti rispetto a questa tragedia?
«Come faccio a non dire niente se ho i ragazzi davanti a me che continuano a soffrire. Nel 2005 si è salvata grazie al figlio, allora un bambino di sette anni, che ha chiamato i soccorsi. Come faccio a non tenere conto di queste sofferenze».

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