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BERNALDA (MATERA) – C’è l’ipotesi inquietante di omicidio, dietro la morte di Elis Petty, la nigeriana di 28 anni, rimasta vittima del rogo sprigionatosi nel ghetto de “La Felandina” agli inizi di agosto. Incendio che potrebbe non essere un incidente, ma di natura dolosa direttamente sulla povera vittima.

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Al di là dell’aspetto umanitario dei braccianti agricoli sfrattati da quello che per loro era divenuto uno “spazio autogestito”, l’indagine del Commissariato di Pisticci, coordinata dalla magistratura materana, sta procedendo, per capire cosa sia successo all’alba di quella tragica mattina. Non è un segreto per gli inquirenti che Petty, nome evocativo scelto dalla giovane donna madre di tre figli lasciati in Nigeria, fosse caduta da almeno due anni in un brutto giro di prostituzione. Infatti, pare che non solo lei, ma almeno altre 30 giovani donne africane si intrattenessero a pagamento con gli occupanti de La Felandina, ma soprattutto con gente della fascia jonica metapontina.

E lo avrebbero fatto davvero per un tozzo di pane: appena dieci euro a prestazione. Un giro sostenuto da un’organizzazione criminale, peraltro molto pericolosa. In questo sottobosco di illegalità, potrebbe essere maturata la morte della giovane donna, ma per gli investigatori è davvero difficile ricostruire dinamica e rapporti tra alcuni personaggi loschi del ghetto. Il condizionale è ancora d’obbligo, perché tra gli occupanti del ghetto molti potrebbero avere notizie interessanti, ma non parlano per paura. In pratica, in base alle indiscrezioni raccolte dal Quotidiano, pare che il ghetto de La Felandina fosse divenuto fin da subito come il peggior sobborgo delle città metropolitane d’America, che si alimentava con spaccio, prostituzione di uomini e donne, oltre che di caporalato. Molti dei tanti braccianti agricoli regolari ed onesti (per la verità in maggioranza), vivevano in balìa di un autentico gruppo operante ai margini della legalità, che in alcune occasioni non avrebbe lesinato minacce e piccole azioni violente.

Loro gestivano il market improvvisato all’interno del ghetto; chiunque volesse da bere o generi di prima necessità si doveva rivolgere a loro, ovviamente dietro “regolare” pagamento. Così anche le ricariche telefoniche e tutti i servizi di cui gli operai dei campi avessero bisogno. Petty era una ragazza avvenente che si curava, nonostante lo squallore in cui era costretta a vivere, e sarebbe caduta in questi giri di ricatti e sottomissione. Negli ultimi tempi aveva, però, deciso di ribellarsi tanto da non corrispondere sempre il “dovuto” ai suoi sfruttatori.

Come lei c’erano tante altre donne e persino uomini, che intrattenevano rapporti omosessuali a pagamento. Petty voleva uscire da questo squallore, perché pare che proprio la mattina dell’incendio avesse intenzione di partire alla volta di Napoli, forse in cerca di fortuna, forse per contatti amicali; in ogni caso, voleva lasciarsi alle spalle quella vita, cambiando aria e allontanandosi per sempre dal ghetto. Una decisione che forse (il dubbio è lecito trattandosi di indiscrezioni tutte da verificare), non è piaciuta a qualcuno del gruppo criminale interno al giro della prostituzione. Gente che sguazzerebbe grazie a un pesante clima di omertà, anche in forza di contatti influenti in terra d’Africa. In altri termini, nessuno avrebbe parlato dopo l’incendio, perché ci sarebbe stata la paura di ritorsioni non solo personali sull’eventuale testimone, ma anche sulla sua famiglia d’origine in Africa.

Un sistema criminale molto pericoloso, insomma, che con lo smantellamento del ghetto si sarebbe disgregato, ma con il rischio concreto di riaggregarsi altrove con le stesse modalità operative criminali; magari nel Foggiano, o persino nella stessa Basilicata. Petty quella tragica mattina fu trovata carbonizzata pressappoco nel perimetro della sua unità abitativa, ma c’è chi racconta che si sarebbe mossa già in preda alle fiamme, che forse le sarebbero state appiccate addosso mentre ancora dormiva; poi si sarebbe avvicinata alla bombola di gas, provocandone l’esplosione. Se così fosse, perché Petty bruciava prima che l’incendio si propagasse? Perchè in mezzo a centinaia di persone, c’è stato solo un ferito lieve?

Gli altri sapevano quello che stava succedendo e si sono allontanati prima? O, come sostengono gli inquirenti, alle 5.30 erano già tutti fuori nei campi? Se quest’ultima ipotesi fosse vera, il probabile assassino avrebbe avuto ancora di più campo libero. Alcuni nel ghetto hanno raccontato di un litigio con un personaggio molto pericoloso, che Petty qualche giorno prima avrebbe respinto, venendo minacciata di morte. Forse per questa ragione aveva progettato il viaggio a Napoli. Si sentiva minacciata da quell’uomo piuttosto sopra le righe. Le indagini oggi si muovono ancora a tutto campo, ma è chiaro che se nessuno di questi disperati, che peraltro si sono dispersi nelle campagne del Metapontino, fornisce elementi utili, quindi il caso potrebbe essere presto chiuso come un tragico incidente. Eventualità da non escludere, ma gli elementi di riflessione ed approfondimento su altre piste ci sarebbero tutti. Un caso difficile e complicato, ma la morte di Petty merita verità.