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AD aprile era stato il criterio quantitativo a dettare le richieste di misure cautelari nei confronti di 16 consiglieri regionali in carica ed ex.

Agli arresti domiciliari erano finiti due assessori in carica della giunta regionale, Vincenzo Viti (Pd) e Rosa Mastrosimone (Idv) assieme al capogruppo del Pdl Nicola Pagliuca.

Di fronte alle dimissioni dei primi due, il gip li aveva rimessi in libertà, mentre avrebbe convertito gli arresti in un più blando divieto di dimora nel capoluogo per Pagliuca che si era dimesso soltanto da capogruppo.

La stessa misura del divieto di dimora nel capoluogo era stata adottata anche nei confronti di  Antonio Autilio (Cd), Alessandro Singetta (Misto), e Rocco Vita (Psi), Paolo Castelluccio (Pdl), Mariano Pici (Pdl) – il solo per cui sarebbe stato revocato per un ripensamento sull’esistenza dei gravi indizi di colpevolezza – , Agatino Mancusi (Udc), Mario Venezia (FdI), più un ex come Vincenzo Ruggiero (La Destra).

Oltre a loro hanno subito il sequestro di somme equivalenti ai rimborsi contestati sui rispettivi conti correnti come Antonio Flovilla (Udc) Innocenzo Loguercio (Psi), Franco Mollica (Udc), Antonio Potenza (Pu) e Antonio Tisci (Pdl).

Ma l’inchiesta ha coinvolto anche altri 18 consiglieri tra cui lo stesso Nardiello, il presidente uscente della giunta regionale Vito De Filippo (Pd) e gli assessori Nicola Benedetto (Idv), Luca Braia (Pd), Roberto Falotico (Udc), e l’“esterno” Attilio Martorano. O ancora il presidente del Consiglio Vincenzo Santochirico (Pd), e i consiglieri Giuseppe Dalessandro (Pd), Antonio Di Sanza (Pd), Franco Mattia (Pdl), Michele Napoli (Pdl), Pasquale Robortella (Pd), Luigi Scaglione (Pu) e Gennaro Straziuso (Pd), il governatore in pectore Marcello Pittella (Pd), Pasquale Di Lorenzo (Fli), l’ex assessore Vilma Mazzocco (Cd), l’attuale presidente dell’Asi di Potenza Donato Salvatore (Psi) e l’amministratore delegato di Acquedotto lucano Rosa Gentile.

Tra gli esempi di malcostume presi di mira dagli investigatori di carabinieri, finanza e polizia c’è una varietà di spese personali rimborsate tra il 2010 e il 2011 con i fondi di segreteria e rappresentanza a disposizione dei consiglieri e quelli per l’attività politica dei gruppi: circa 2.600 euro al mese più altri 1.200 per ogni singolo componente da rendicontare in un secondo momento depositando scontrini e fatture. Si va dall’orsetto di peluche al gelato acquistate in autogrill, passando per caramelle e prodotti da forno di ogni tipo, il noleggio di un auto in Costa Smeralda in altissima stagione, soggiorni a Ponza, settimane bianche, pernottamenti in albergo con accompagnatrici imprecisate, pranzi in Costa Azzurra o in occasione di ricorrenze familiari tipo il compleanno del coniuge, la finitura e la levigatura del parquet in alcuni locali privati, i mignon di domenica, il cenone di capodanno e il pranzo di ferragosto. Poi ci sono i collaboratori “fantasma” che hanno smentito di aver ricevuto le somme dichiarate nei contratti depositati, o di aver mai lavorato per il consigliere in questione, oppure – in un caso – hanno ammesso di averlo fatto ma all’insaputa del marito che di quel dubbio rapporto di lavoro non sapeva nulla, né avrebbe dovuto saperlo. Quindi una montagna di fatture e scontrini ritoccati con l’aggiunta di un numero a penna a destra o a sinistra dell’importo originale: a volte aggiungendo 300 euro, e a volte soltanto 2. Schede benzina “gonfiate”, fatture fotocopiate e rimborsate più volte, altre per spese già rimborsate con le indennità di missione, altre per spuntini in varie parti d’Italia allo stesso momento e altre ancora per francobolli disconosciute da chi dovrebbe averle emesse.

In totale si tratta di meno di 300mila euro, a questi andrebbero aggiunti gli oltre 200mila che la Corte dei conti sta cercando cercando di recuperare da i rimborsi intascati dai consiglieri tra il 2009 i primi mesi del 2010, a cui a breve andrebbero sommati quelli utilizzati in maniera indebita nella seconda parte del 2010 e in tutto il 2011.

Assieme ai politici sono finiti sotto accusa anche 9 persone per reati collegati: il commercialista Ascanio Emanuele Turco, l’albergatrice Carmela Mancino e la sua collaboratrice Donata Santoro, i ristoratori Antonio Sanrocco, Angelo Santo Galgano e Rosa Amoroso, i tabaccai Serena e Francesco Marino, il collaboratore di De Filippo Nicola Brenna.

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