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Vito Bardi

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POTENZA – E’ ancora virtuale, ma assai più convinta di se stessa la maggioranza che sostiene l’amministrazione regionale, guidata dal governatore Vito Bardi, dopo gli ultimi risvolti della vicenda giudiziaria esplosa agli inizi di ottobre. Con l’arresto del capogruppo di Forza Italia Francesco Piro e dell’ormai ex sindaca di Lagonegro, Maria Di Lascio, e le altre misure cautelari emesse nei confronti dell’allora assessore regionale all’Agricoltura Franco Cupparo, del consigliere regionale Rocco Leone (FdI) e del direttore generale del San Carlo, Giuseppe Barresi.

Già domani, a meno di ritardi, il gip Antonello Amodeo dovrebbe esprimersi sulle istanze presentate dai difensori di Piro e Leone per la revoca delle restrizioni ancora in essere nei loro confronti, alla luce degli argomenti espressi dal Tribunale del riesame nelle motivazioni dei provvedimenti con cui ha annullato le misure nei confronti di Cupparo, Di Lascio e Spera.

A meno di ritardi, quindi, il governatore potrebbe vedere ricostituita la sua maggioranza di 11 voti in Consiglio su 21 già il giorno seguente, col ritorno in aula di entrambi, affianco allo stesso Bardi e agli altri 8 consiglieri rimasti fedeli a Lega, Fdi e Forza Italia. Dopo l’addio dei dissidenti leghisti Giovanni Vizziello e Massimo Zullino.

Il governatore non ha da temere nemmeno nell’eventualità che il gip rigetti l’istanza di Piro, su cui pesano il ritiro delle «dimissioni irrevocabili», annunciate poche ore l’arresto, e le valutazioni del Riesame su un capo d’imputazione per tentata concussione ai danni dell’amministratore unico di Acquedotto lucano spa. Oltre alla conferma dei gravi indizi per una serie di corruttele elettorali consumate, assieme all’ex sindaca Di Lascio, in occasione del voto per il Comune di Lagonegro, a settembre del 2020.

Anche in questo caso, infatti, i 10 voti a disposizione pareggerebbero quelli dell’opposizione, sottraendole la possibilità di una vittoria simbolica nel voto sulla mozione di sfiducia presentata la scorsa settimana. Mozione che comunque, per legge, avrebbe bisogno di un undicesimo voto, che non c’è, per essere validamente approvata e portare la regione alle elezioni anticipate. A meno che, ovviamente, il governatore non si dimetta, raccogliendo i solleciti in questo senso, che hanno accompagnato la presentazione della mozione di sfiducia.

L’unico vero scoglio da superare per Bardi e i suoi, a ben vedere, resterebbe quello del numero legale, ovvero della non autosufficienza della maggioranza rispetto al requisito degli 11 presenti in aula per la validità delle deliberazioni. Già nelle scorse sedute, tuttavia, s’è visto come, per spirito di responsabilità, il numero legale sia stato assicurato dai due consiglieri renziani, Luca Braia e Mario Polese, come pure dai dissidenti leghisti, Vizziello e Zullino.

Con l’approdo in aula di bilanci e quant’altro, pertanto, non è escluso che Bardi e i suoi riescano a trovare nuovamente una sponda nelle opposizioni. Tanto più adesso che a livello morale paiono rinfrancati dalla patente di legalità concessa dal Tribunale del riesame all’operato della giunta in materia di sanità. Specie in relazione ai sospetti – ritenuti infondati – di interessi indicibili dietro il progetto del nuovo ospedale di Lagonegro, e ad alcune contestazioni – pure ritenute infondate – che vedevano indagati a piede libero Bardi e il resto della giunta in carica nel 2020.

Quanto basta, insomma, per proporsi come vittime di una vicenda giudiziaria che a un certo punto ha deviato su un binario morto. Con le conseguenze che si sono viste negli ultimi due mesi. Magari facendo appello a quello spirito garantista evocato un giorno sì e un giorno no da renziani e non solo.

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