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Non c’è pace per i detenuti che a marzo dell’anno scorso hanno partecipato alla rivolta esplosa nel carcere di Alta sicurezza di Melfi. In seguito all’imposizione di una serie restrizioni ai contatti con l’esterno per prevenire contagi da covid 19.


Nei giorni scorsi, infatti, il Tribunale del riesame di Potenza ha spiccato nei confronti di 44 di loro, inclusi un paio a cui nel frattempo sono stati concessi gli arresti domiciliari, altrettante ordinanze di custodia cautelare in carcere per i danni inferti a strutture e suppellettili dell’istituto, più il sequestro di alcuni agenti della polizia penitenziaria, e operatori sanitari.
I giudici hanno accolto, in particolare, l’appello presentato dal pm Gerardo Salvia del capoluogo lucano. Lo stesso pm che a settembre, invece, aveva chiesto l’archiviazione per le accuse dei detenuti sui pestaggi subiti dalla polizia penitenziaria una settimana dopo la rivolta.

Durante il trasferimento dei presunti responsabili in altri istituti sparsi in mezza Italia.
Nel mirino è finita l’ordinanza con cui a febbraio il gip Teresa Reggio aveva respinto la richiesta di arresti dei rivoltosi. Liquidando l’accaduto come un fatto episodico, scatenato dalle restrizioni anti-contagio, e allontanando i sospetti di una manovra orchestrata da una non meglio precisata organizzazione criminale per imporre le sue regole a uno Stato in ginocchio per l’infuriare della pandemia.


«La violenza e l’aggressività dimostrata – è spiegato in un passaggio cruciale del provvedimento del Riesame – ben potrebbero essere nuovamente espresse, anche in relazione a provvedimenti genericamente sfavorevoli alla condizione dei detenuti e afferenti diversi ambiti, quali ad esempio quello della generale gestione e della disciplina (si pensi all’adozione di provvedimenti disciplinari ritenuti ingiusti)».
Poco più avanti, inoltre, i magistrati si soffermano sul “papello” con le richieste avanzate dai detenuti melfitani alla direzione del carcere durante quelle ore di autogestione dell’istituto. Richieste che in parte sono risultate connesse «all’applicazione di misure di neutralizzazione del contagio», ma in parte anche rivolte in maniera generica «a ottenere una condizione penitenziaria più favorevole». Come le celle aperte dalle 8:30 alle 15:45 senza poliziotti in circolazione. Di qui il sospetto che «possano essere nuovamente veicolate, anche attraverso nuove e diverse azioni di violenza».


Il Riesame ha accreditato anche la possibilità che il fine della rivolta fosse un’evasione di massa dal carcere, come avvenuto a Foggia proprio in quei giorni. In questo senso ha valorizzato persino il coro «libertà, libertà» intonato da alcuni detenuti che erano saliti sul terrazzo del carcere di Melfi. Un coro considerato un’«inequivocabile indizio del fatto che le restrizioni legate al covid 19 abbia costituito un pretesto, o quanto meno lo stimolo, per concretizzare un tentativo di evasione dal carcere». Di qui l’esigenza della custodia cautelare per impedire che la concessione di un permesso premio, o un’attenuazione del regime di detenzione, possa diventare l’occasione per portare a compimento quei propositi di fuga.


Dubbiosa per quest’ultimo l’ultimo risvolto della vicenda giudiziaria innescata dalla rivolta melfitana l’avvocato Simona Filippi, dell’Associazione Antigone, che si sta opponendo all’archiviazione delle denunce dei detenuti per le violenze subite durante il trasferimento dei presunti facinorosi.
«Questo approccio degli inquirenti rispetto ai fatti avvenuti nel corso della rivolta sinceramente non lo vedo nel procedimento che vede i detenuti come persone offese ed si vorrebbe chiudere dicendo che non è stato possibile individuare i responsabili». Ha dichiarato Filippi al Quotidiano del Sud. «Credo quindi che adesso sia il momento di profondere lo stesso sforzo non solo per individuare almeno alcuni degli autori delle violenze, ma anche per capire i motivi per cui sono avvenute. Chi le ha organizzate. Proprio come è stato fatto nell’indagine su Santa Maria Capua Vetere».


Tra i 44 detenuti destinatari dell’ordinanze del Riesame sono 3 i lucani: i potentini Dorino Stefanutti e Carlo Troia, considerati entrambi esponenti dello storico clan Martorano-Stefanutti; e il pisticcese Piero Di Domenico, spesso associato al gruppo degli scanzanesi guidato da Gerardo Schettino.


Le ordinanze diventeranno esecutive solo se confermate in Cassazione, dove sono in arrivo diversi ricorsi già in preparazione. Ma che nel caso impedirebbero il ritorno in società di chi proprio in questi giorni sta maturando il diritto ai primi permessi premio e quant’altro, dopo aver espiato il grosso della pena.

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