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Il palazzo comunale di Melfi

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POTENZA – Per la procura ci sono i presupposti per delle misure cautelari. Per il gip invece no. Così l’ultima inchiesta su appalti e gare truccate nel Comune di Melfi potrebbe approdare a breve al Tribunale del Riesame.

E’ scontro nel Palazzo di giustizia di Potenza sulle accuse di corruzione, turbativa d’asta e violazione delle leggi sulle interdittive antimafia per cui risultano indagate, a vario titolo, 10 persone, incluso il responsabile dell’area Urbanistica ed edilizia privata del Comune federiciano Michelangelo Moscaritolo. L’inchiesta era venuta alla luce agli inizi di maggio quando gli agenti della Squadra mobile del capoluogo, coordinati dal pm Vincenzo Savoia, avevano fatto irruzione nel municipio con un decreto di perquisizione e sequestro probatorio.

Il blitz si era reso necessario dopo che l’ordine di esibizione “spontanea” di una serie di atti su appalti gestiti dal Comune tra il 2009 e il 2013 era rimasto lettera morta. Alcuni di quegli atti non erano mai stati consegnati agli investigatori, che per questo sono dovuti tornare a Melfi per cercarseli da soli. Contestualmente vennero notificati 10 avvisi di garanzia. Tra i destinatari, oltre a Moscaritolo, anche un ex dirigente del Comune, Pasquale Lepore (attualmente in pensione) e gli imprenditori Pompeo Maurizio Bocchetta, Antonio Basilico e Gioacchino Angarano (di Bari ma con lavori anche a Melfi). Più tre tecnici, Vincenzo Castaldi, Francesca Terribile e il marito Antonio Narducci. Infine Angelo e Umberto e Di Muro, padre e figlio: il primo di recente scarcerato dopo l’arresto nell’ambito delle inchieste sulla faida tra i clan del Vulture.

Per alcuni di loro, la procura aveva avanzato al gip Amerigo Palma una richiesta di misure cautelari, che agli inizi di agosto è stata respinta. Per questo è previsto l’appello al Riesame, che in genere non viene fissato prima di qualche settimana. Al centro dell’interesse degli inquirenti ci sono in particolare le commesse per la manutenzione di impianti elettrici e strade. Ma sarebbero state accertate diverse violazioni anche nei subappalti di opere per conto del Comune. A destare particolare attenzione, infatti, sarebbe stata la presenza sui cantieri dell’amministrazione di mezzi delle ditte riconducibili alla famiglia Di Muro, già colpite da interdittiva antimafia, ma al lavoro come se niente fosse. Il pm Savoia ipotizza il reato di corruzione a carico di Moscaritolo, Basilico e Bocchetta, per «fatti» che si sarebbero svolti «a partire dal 2010» tra Melfi e Foggia, dove risulta residente Moscaritolo.

Il sospetto è che le imprese in rapporti col Comune lo avrebbero gratificato con alcuni lavoretti nella sua abitazione. Moscaritolo è accusato con Lepore anche di turbativa d’asta, ed entrambi sono accusati di abuso d’ufficio e violazione della normativa antimafia in concorso con i due Di Muro, Vincenzo Castaldi e Francesca Terribile. Perché di fronte al subentro dei Di Muro in un subappalto non sarebbero state attivate le procedure previste in caso di sospetta infiltrazione malavitosa. L’ultimo capo d’imputazione provvisoria parla di abuso d’ufficio e truffa e vede indagati in concorso Lepore, Angarano, Castaldi, Terribile e Narducci. L’inchiesta, ha preso le mosse dall’esplosione di un’altra vicenda a base di appalti e presunte turbative d’asta, anche se per fatti successivi: quella sulla costruzione delle case popolari di Contrada Bicocca e l’adeguamento dell’istituto scolastico Nitti.

Per quest’ultima Terribile e Narducci, moglie e marito, risultano già a processo, assieme agli imprenditori Emilio e Antonio Caprarella, nel mirino anche per i loro rapporti col clan Di Muro, oltre a tutti i membri della vecchia giunta capeggiata dal primo cittadino Livio Valvano (tranne l’ex assessore Rosa Masi). A carico dei due coniugi gli investigatori avevano evidenziato un’anomalia per cui mentre lei risultava incaricata come direttore dei lavori sul cantiere si presentava sempre e soltanto il marito.

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