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Nuova assemblea dei fedeli per evitare che don Franco, parroco della chiesa di Sant’Anna e San Gioacchino, vada via come deciso dal vescovo


«Lui ci ha sempre presentato un Cristo capovolto», dice l’attivista Piero Ragone mentre l’assemblea sta per terminare. È uno dei tanti partecipanti alla riunione nella quale giovedì 16 ottobre sera, fino a tardi, si è discusso di cosa fare per scongiurare la partenza di don Franco Corbo dalla chiesa di Sant’Anna e San Gioacchino (direzione Avigliano come “collaboratore” della chiesa del Carmine: «Un’umiliazione», dirà più di qualcuno), così come deciso nei giorni scorsi dal vescovo Davide Carbonaro.

I FEDELI IN ASSEMBLEA PER DON FRANCO

La questione si sta trasformando sempre di più per il titolare della diocesi in una grossa grana e per il parroco in un bagno di affetto. Letteralmente. «Non faccio più la doccia da qualche giorno. Mi lavo nelle lacrime delle persone che vengono a trovarmi», scherza il sacerdote nel suo ufficio. Ma è l’unico commento che gli si riesce a strappare: non vuole intervenire, non vuole difendere la propria posizione con dichiarazioni o atti pubblici.
Per lui parlano e agiscono gli amici della comunità di Sant’Anna. Le circa 150 persone presenti hanno discusso per quasi tre ore.

TUTTI GLI INTERVENTI IN FAVORE DEL PARROCO

Ma prima degli amici di don Corbo sono intervenute tre donne di Pignola per proporre il punto di vista ribaltato, ossia dalla parte di chi vedrà partire il sacerdote cui sarà affidata la parrocchia di viale Dante a Potenza, don Antonio Laurita. Una di loro ha avuto il prete come compagno di scuola, «vi posso assicurare che la sua vocazione risale a quando aveva 7 o 8 anni, ci parlava solo di santi e Madonne».
Anche nel comune alle porte di Potenza non vogliono vedere andare via la figura a cui sono tutti legatissimi. Hanno chiesto e ottenuto un incontro con il vescovo ma non proprio domani: il 13 novembre, fra un mese.

IL DOCUMENTO

Viene poi letto il testo di un documento in cui l’assemblea cerca di esprimere le motivazioni profonde per cui vorrebbe che il vescovo tornasse sulle sue decisioni.
Non è opportuno riportare una missiva che è in fondo un messaggio “personale” dell’assemblea e non lo faremo, anche perché non si tratta neanche di un testo definitivo. Ma di sicuro si può dire che ci sono alcune linee principali che innervano questa lettera e che emergono nel corso della serata.

L’AFFETTO PER IL SACERDOTE

Innanzitutto l’affetto che in tanti provano per questo sacerdote che, se non ti dicessero che ha 85 anni suonati, non ci crederesti: la sua lucidità è quella dei migliori anni, l’agilità del corpo sicuramente non da ultra-ottuagenario. Dopo 56 anni passati nella chiesa di Sant’Anna – con la porta sempre aperta, il sorriso offerto al prossimo, la disponibilità a cercare insieme le parole giuste – è diventato più di un punto di riferimento. Piuttosto una presenza familiare, parte di viale Dante come i suoi alberi.

LA COMUNITÀ

Poi c’è la questione della comunità. Una parola che qua non rappresenta solo l’oratorio, le attività sportive, il campetto di calcio, le associazioni e i gruppi, le mille iniziative, gli appuntamenti fissi e straordinari. E’ una comunità nel senso più puro, ossia un ambiente in cui si mette in comune il cuore e la mente. Il prossimo non è un disegnino da ritagliare e appiccicare sugli strati più superficiali della coscienza, tanto per tacitarne la voce. È al contrario una persona in carne e ossa che ti circonda, ti chiede conto di quello che dici e che fai e con cui alla fine – anche litigando – hai costruito un rapporto vero.

LA PAURA DELLA DISGREGAZIONE SENZA DON FRANCO

La paura è che questa comunità – lontano don Franco – possa disgregarsi. Se possiamo citare una sola parola della lettera, è proprio questa: “disgregazione”. Certo, non ci sono più i numeri di una volta, così come a messa. E però vengono da zone diverse di Potenza, «da altre parrocchie», come si dice, per vedersi qua e appunto fare comunità.
Emilio Giugliano sottolinea come il vescovo sia già venuto a Sant’Anna e abbia conosciuto bene le attività e il senso della comunità.
Ma poi c’è un altro livello di analisi, ed è collegato al secondo.

IL PENSIERO COLLETTIVO

La comunità di Sant’Anna – dove altro accade a Potenza, oggi? – è comunità di pensiero collettivo, in cui si elabora costantemente un’idea del mondo circostante, si legge la realtà – quella accanto a casa e quella dall’altra parte del globo – con una visione che non si appiattisce sulle verità pronte per essere scartate e consumate: ecco il «Cristo capovolto» di cui parla Piero Ragone. Un Cristo che ti guarda dal basso e ti fa domande inusuali.

QUELLO CHE HA CREATO DON FRANCO

E tutto è partito da Franco Corbo, dalla sua formazione post-conciliare, dalla sua attitudine a non accontentarsi di un pianeta Terra raccontato dai benpensanti o dagli “zero pensanti”.
Questo aspetto viene più volte portato a galla da vari interventi, perché è forte il bisogno di conservare «spazi di azione e profezia», come dice Roberto. Al diritto canonico che obbliga i preti all’obbedienza al vescovo si oppone un’altra voce: «Il Vangelo dov’è?», si chiede Paolo, che – scout d’antan «sempre con la Bibbia in tasca» – ha conosciuto molte battaglie in nome del Libro.
Lorenzo analizza il risvolto «non solo umano ma pastorale» della vicenda, e sente un «profumo di chiesa del silenzio». «Don Franco non deve rimanere perché gli vogliamo bene ma perché continui la sua azione di lotta».

LE PAROLE DEI FEDELI

Non vedrebbe male un appello anche al papa.
Vito ricorda l’occupazione della Cattedrale di San Gerardo del 1974.
Filippo Pugliese, delle Acli, inserisce nel discorso anche don Marcello Cozzi (dimessosi da coparroco e trasferito a Napoli) e parla senza mezzi termini di un «processo di normalizzazione» a cui la chiesa starebbe andando incontro, citando anche altri esempi potentini. «Ma noi siamo Popolo di Dio – tuona – Senza di noi la chiesa non ha senso».
E Felicia propone azioni anche forti: «Non dobbiamo chiedere pietà».

LE PROPOSTE DELL’ASSEMBLEA

Accanto a queste visioni più estreme ci sono quelle di chi si accontenterebbe di “recuperare” don Franco, facendolo rimanere – in pensione, con un ruolo ridimensionato – a Potenza, cercando di sollecitare la «paternità pastorale« del vescovo.
Lidia Ronzano propone anche di coinvolgere personalità importanti.
Uscendo dal salone, mentre le persone abbracciano don Franco – che non ha partecipato – e sciamano a casa, sul piazzale della chiesa resta un Cristo di legno del Burundi, appena sbozzato da un tronco, con i piedi che sono radici.
Non è capovolto, ma è come se lo fosse.

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