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POTENZA – Non solo mazzette su lavoretti e ristrutturazioni di privati cittadini, ma anche su piccoli e grandi impianti eolici spuntati negli ultimi anni tra Palazzo San Gervasio, Banzi, Genzano, San Fele, Ginestra e Melfi.
C’è un terzo filone nell’inchiesta per cui mercoledì scorso in 17 sono stati raggiunti da un’ordinanza di misure cautelari per le corruttele nell’ex genio civile di Melfi e l’ufficio tecnico del Comune di Venosa e i bandi pilotati, sempre nell’antica patria di Orazio.
E’ quanto emerge dagli atti, ormai desegretati dalla procura di Potenza, a sostegno della stessa ordinanza.
Ad aprirlo sono state, ancora una volta, le parole di Antonio Giuzio, il funzionario dell’ex genio civile di Melfi arrestato a marzo dell’anno scorso mentre intascava una tangente. Un omaggio da 500 euro in contanti per chiudere un occhio sulla pratica di condono edilizio avanzata da un cittadino che di fronte al suo invito a «offrirgli un caffé» aveva deciso di rivolgersi ai carabinieri per tendergli una trappola.

Dopo 10 giorni di carcere il funzionario dell’ufficio Difesa del suolo di Melfi, dipendente dal Dipartimento infrastrutture e mobilità della Regione, si era offerto di collaborare col pm Paolo Mandurino e i militari della compagnia carabinieri di Venosa. Nell’occasione avrebbe circostanziato «a dovere le dinamiche criminali di quel dipartimento regionale», partendo proprio dai soldi intascati per le pale eoliche per arrivare al collega Nicola Calabrese, che da mercoledì scorso è agli arresti domiciliari.
Giuzio avrebbe parlato di una prima mazzetta da 500 euro intascata da un non meglio precisato «architetto salernitano» nel 2012 «per avergli concesso di sostituire un elaborato grafico errato nell’incartamento già depositato» nel suo ufficio per il rilascio del “nulla osta sismico” sul progetto di un mini-impianto eolico a San Fele.
«Avrei dovuto chiedere al tecnico un’integrazione che avrebbe provocato un allungamento dei tempi». Ha spiegato l’ingegnere di Satriano agli investigatori. «Invece il tecnico mi portò il nuovo elaborato in ufficio e tra i fogli vi erano 500 euro, ed io, dalla pratica, ho eliminato il vecchio progetto sostituendolo con il nuovo».
A questo punto il racconto di Giuzio fa un balzo in avanti di 4 anni e arriva a un altro impianto di mini-eolico, come per legge vengono classificati quelli che non superano 1 Megawatt di potenza, «in Ginestra o Melfi». Ma l’ingegnere non si sarebbe più fermato e avrebbe avviato anche una “collaborazione” con un ingegnere salernitano che in cambio della rapida concessione dei nulla osta sismici su altri impianti eolici tra Bella e Acerenza gli avrebbe affidato «taluni incarichi di collaudatore per impianti eolici installati fuori regione», incassando 500 euro «per ogni pala eolica installata».
Giuzio ha spiegato di essersi messo in affari, fino al 2016, con un altro ingegnere di Potenza, «attualmente residente in Estonia» e sospeso dall’albo dell’Ordine degli ingegneri di Potenza, che gli avrebbe prestato la firma, e il timbro. In questo modo avrebbe potuto lavorare sotto falso nome a «numerosi progetti affidatigli da privati committenti», fuori dal suo orario di lavoro. Progetti che poi tornavano sulla sua scrivania per l’approvazione ufficiale.  


Gli investigatori dell’Arma avrebbero riscontrato questo passaggio del suo racconto recuperando il timbro in questione alcuni «fogli bianchi» con le generalità di Pepe a casa del funzionario regionale. Ma quest’ultimo ha spiegato di aver «procacciato» al suo alias professionale anche «l’incarico di collaudatore relativamente a un parco eolico di proprietà della società Erg e realizzato (nel 2013) nel Comune di Palazzo San Gervasio». Un lavoretto per cui si sarebbero spartiti 32mila euro pagati dalla compagnia della famiglia Garrone dopo pressioni sul «responsabile del costruendo parco». Soldi passati attraverso una società (Set Sviluppo & tecnologie srl) intestata alla moglie di Giuzio, e camuffati da «consulenza tecnico amministrativa» e «disegni che descrivono l’opera a seguito di modifiche e/o difformità tra progetto e realizzazione»).
L’ingegnere, però, ha spiegato di non essere stato l’unico all’interno del Dipartimento Infrastrutture e mobilità ad aver mostrato, almeno all’apparenza, «interessi» particolari sulle grandi centrali eoliche in costruzione nell’area Nord della Regione.
«Riferiva di aver trattato apposita pratica riguardante la costruzione di un parco eolico da 30 Megawatt realizzato dalla Gamesa eolica Italia srl nei limitrofi comuni di Banzi e Genzano di Lucani». Riassumono ancora gli investigatori della compagnia di Venosa, accendendo i riflettori sul progetto del colosso spagnolo dell’energia rinnovabile, del valore di svariate decine di milioni di euro.
«In merito – aggiungono i militari – indicava di aver ricevuto tramite il proprio superiore diretto (…) delle forti pressioni da parte della dirigente (…), finalizzata a una rapida istruttoria autorizzativa. Lo stesso Giuzio sosteneva di non aver proferito alcuna domanda in merito ma di aver comunque ipotizzato che ci fossero degli interssi da parte di quella dirigente».
A fornire la prova che le parole dell’ingegnere arrestato non fossero campate in aria c’ha poi pensato il collega Calabrese, finito sotto controllo prima ancora di aver saputo che era in carcere.
Gli investigatori hanno registrato persino le conversazioni in cui riceve la notizia e le prime indiscrezioni sulle accuse che Giuzio gli aveva rivolto.
«Ingegnere, la gente accettava passivamente i suoi ricatti, quindi pagava, gli dava dei soldi… a uno ha fregato 10mila euro… Salvatore, a uno gli ha fregato 10mila euro… al parco eolico ha fregato 500 euro a pala. Hai capito?»
Così Calabrese in uno dei primi audio registrati dalle microspie piazzate nel suo ufficio, mentre si sfoga con un amico, «Salvatore», non meglio identificato.  
Riscontri, per gli inquirenti, che hanno finito per accreditare Giuzio anche quando accusava il collega finito ai domiciliari la scorsa settimana.

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