L'ex sindaco Tommaso Gammone

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Il Riesame promuove l’inchiesta partita da un giro di mazzette all’ex genio civile di Melfi. Respinti i ricorsi contro le misure cautelari per le accuse su corruttele e bandi pilotati

POTENZA – Reggono le accuse sui bandi pilotati e le corruttele all’ufficio tecnico del Comune di Venosa e all’ex genio civile di Melfi. E’ questo il verdetto del Tribunale del riesame che ieri ha depositato le decisioni sui ricorsi discussi la scorsa settimana dai difensori della maggior parte degli indagati ancora sottoposti alle misure cautelari eseguite il 13 novembre dai carabinieri della città di Orazio.

Il collegio, presieduto da Aldo Gubitosi, ha confermato gli arresti domiciliari per l’ex sindaco Tommaso Gammone, il suo ex assessore all’Urbanistica Rosa Cetrone, il dirigente e un funzionario dell’ufficio tecnico del Comune di Venosa, Antonio Cacosso e Emanuele Lichinchi, il funzionario dell’ex genio civile di Melfi Nicola Calabrese e suo figlio Andrea, più il progettista venosino Mario De Feudis.

Restano sottoposti a misure meno afflittive come il divieto di dimora a Venosa e l’obbligo di firma in caserma, invece: l’ex assessore comunale Francesco Rosati; l’attuale consigliere comunale (già candidato sindaco di una lista d’ispirazione leghista) Rocco Ditommaso; l’imprenditore Valerio Antenori; l’ex segretario del circolo cittadino del Pd, Luigi Russo; tre liberi professionisti, Giuseppe Giambitti, Biagio Paglialunga e Giuseppe Bruno; più un funzionario dell’ufficio tecnico del Comune, Pasquale Zinfollino. Tutti di Venosa.

Le motivazioni del Riesame verranno depositate nelle prossime settimane. Martedì prossimo, tuttavia, l’inchiesta coordinata dal pm Paolo Mandurino tornerà di nuovo in aula sulla sua richiesta di aggravamento delle misure cautelari. Per il pm, infatti, ricorrerebbero gli estremi per un’ordinanza di custodia in carcere per Gammone, Cetrone, Cacosso, Lichinchi, Russo, i due Calabrese e Paglialunga, assieme all’ex assessore regionale Pd alle Infrastrutture Carmine Castelgrande (indagato a piede libero), e di domiciliari per Ditommaso, Giambitti, l’imprenditore Angelo Garripoli, l’ex consigliere comunale Andrea Doria e l’ex vicesegretaria cittadina del Pd, Lucia Briscese (per questi ultimi il gip Rosa Verrastro ha annullato le misure cautelari inizialmente disposte, ndr).Alla base della richiesta ci sono gli indizi raccolti dagli investigatori, e già bocciati in prima istanza dal gip, sull’esistenza di due vere e proprie associazioni a delinquere costituite, la prima, dai vertici del Pd venosino, e la seconda da ingegneri e geometri, che ruotavano, con vari ruoli, attorno all’ufficio tecnico del Comune della città di Orazio e l’ex genio civile di Melfi.

E’ probabile, quindi, che il giudizio del Riesame sui ricorsi decisi ieri mattina si sovrapponga a quello su quest’ultimo aspetto sollevato dal pm, per cui non sono previsti termini particolari per la decisione.L’inchiesta dei carabinieri della compagnia venosina è iniziata a marzo del 2018 in seguito all’arresto in flagranza, mentre intascava una mazzetta, di un funzionario dell’ufficio difesa del suolo di Melfi, Antonio Giuzio, che dopo qualche giorno di carcere ha iniziato a collaborare con gli inquirenti e ha puntato il dito sul collega Calabrese.Il primo filone di indagine ha messo a fuoco, pertanto, «numerosi episodi di corruzione» nell’esame di pratiche nell’ex genio civile e nell’ufficio tecnico del Comune di Venosa, con i cittadini «obbligati» a rivolgersi al figlio di Calabrese per agevolare l’iter delle pratiche, o a precisi studi professionali dietro cui si sarebbero nascosti gli stessi dipendenti comunali, pagando anche mille euro a richiesta.

Un secondo filone d’indagine ha poi riscontrato una serie di irregolarità nei bandi gestiti nell’ultima fase dell’amministrazione Gammone, conclusasi a maggio di quest’anno con l’elezione della neo-prima cittadina 5 stelle Marianna Iovanni. Nell’inchiesta risultano indagate a piede libero, a vario titolo, circa 50 persone, tra i quali l’ex consigliere regionale Nicola Pagliuca e il sindaco di Lavello, Sabino Altobello.

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