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L'ex sindaco Tommaso Gammone

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Parlano gli avvocati di alcuni degli indagati nell’inchiesta sui bandi pilotati in Comune. Critiche ai «teoremi» e ai «preconcetti» degli inquirenti che puntano ad altri arresti: «Le intercettazioni dimostrano l’assenza di patti criminali»


POTENZA – Bisogna evitare il protrarsi di «un colossale “errore giudiziario” architettato sulla privazione della libertà personale di persone che sono circondate da stima unanime».
E’ quanto chiedono pubblicamente i difensori di alcuni degli indagati raggiunti il 13 novembre scorso dalle misure cautelari spiccate nell’ambito dell’inchiesta sui bandi pilotati e le corruttele all’ufficio tecnico del Comune di Venosa e all’ex genio civile di Melfi (LEGGI LA NOTIZIA).
In una lettera aperta gli avvocati Donato Bellasalma, Emanuele Brunetti, Rocco Cetrone, Antonio Coscia, Antonio De Marco, Leonardo Pace, Vincenzo Maria Siniscalchi e Gianteo Tamburriello, parlano di una «intera collettività operosa e corretta», a Venosa, che sarebbe stata mortificata dal clamore seguito alle misure cautelari eseguite. Le stesse misure cautelari per cui restano agli arresti domiciliari l’ex sindaco Tommano Gammone, il suo ex assessore all’Urbanistica Rosa Cetrone, il dirigente e un funzionario dell’ufficio tecnico del Comune di Venosa, Antonio Cacosso e Emanuele Lichinchi, il funzionario dell’ex genio civile di Melfi Nicola Calabrese e suo figlio Andrea, più il progettista venosino Mario De Feudis. Mentre sono ancora sottoposti al divieto di dimora a Venosa anche l’ex assessore comunale Francesco Rosati; l’attuale consigliere comunale (già candidato sindaco di una lista d’ispirazione leghista) Rocco Ditommaso; e l’ex segretario del circolo cittadino del Pd, Luigi Russo.
I legali evidenziano la necessità di ristabilire «delle verità reali», che «appaiono distorte e sostanzialmente ispirate ad evidenti “teoremi” di accusa, che già hanno subito un primo forte ridimensionamento ad opera del giudice per le indagini preliminari».
Il riferimento è alla bocciatura dell’ipotesi sull’esistenza di una vera e propria associazione a delinquere ai vertici del Pd di Venosa, su cui però il pm Paolo Mandurino si è già rivolto al Riesame reiterando la richiesta di nuovi arresti.
Per le difese si tratta di un’impugnazione «chiaramente strumentale e irragionevole», oltre che una «pretesa più oltranzista».
«L’intero impianto accusatorio – aggiungono – appare condizionato da una sorta di evidente prevenzione che si collega non ad oggettive risultanze indiziarie ma a preconcetti che traspaiono con tutta evidenza nei commenti interpolati ai materiali informatici captati ad opera della polizia giudiziaria, pedissequamente integrati dalla procura delegante».
Gli avvocati liquidano come «vaghe ed improprie» anche le ipotizzate turbative di gara: «avvinte da un concorso che è smentito, proprio sul punto degli “accordi criminosi”, dal contenuto delle intercettazioni più complesse dimostrative di normali discussioni e mai di una convergenza di condotte univoche, sintomatiche di un “pactum sceleris”».
«Nel rispetto dei ruoli, ma anche nella doverosa assunzione delle responsabilità di tutti – concludono i legali – confermiamo l’impegno di continuare ad approfondire il materiale di indagine per individuare – come già abbiamo fatto – gli errori di fatto, le sviste, le sommarietà, i vistosi errori di diritto che sottoporremo all’esame di tutti i riferimenti».
l.a.

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