Il tribunale di Potenza

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POTENZA – Pena ridotta da 12 a 9 anni di reclusione per l’imprenditore melfitano Emilio Caprarella, accusato di aver fatto parte del clan guidato dai fratelli Angelo e Vincenzo Di Muro. Definitiva la condanna a 20 anni per il killer pentito Alessandro D’Amato, reo confesso dell’omicidio di Bruno Cassotta. Prescrizione per l’altro pentito, Antonio Cossidente, e pene confermate per il melfitano Massimo Cassotta, il potentino Carmine Campanella e l’abruzzese Egidio Ballone. Lo ha deciso ieri pomeriggio la Corte d’assise d’appello di Potenza nel processo nato dalle dichiarazioni di “Caronte” D’Amato, quando ha iniziato a collaborare con la giustizia.

L’ex camionista, che ha confessato 6 omicidi commessi prima per il clan del compare Marco Ugo Cassotta (ucciso a sua volta nel 2007), poi per i rivali del gruppo Di Muro, s’è visto respingere, per «inammissibilità», il ricorso presentato. Pertanto la Corte ha disposto l’esecuzione immediata della condanna a 20 anni di carcere, ormai definitiva, come mandante dell’agguato in cui a ottobre del 2008 morì il fratello maggiore dei Cassotta, Bruno: l’ultimo delitto della faida che per vent’anni ha insanguinato il Vulture Melfese. I giudici hanno confermato i 9 anni e 4 mesi di carcere inflitti in primo grado al minore dei Cassotta, Massimo, e al potentino Carmine Campanella. Per loro le accuse fanno riferimento, rispettivamente, alla clamorosa rapina da un miliardo e quasi duecento milioni delle vecchie lire alla filiale della Carical di via Cairoli a Potenza, nel lontano 29 novembre del 1994, e a quella, brutale, nella gioielleria Robortella di Calvello, sempre negli anni ’90.

D’Amato, Caprarella, Cassotta e Cossidente

Prescritta, invece, la condanna a 4 anni per l’organizzatore del colpo da un miliardo, il potentino Antonio Cossidente, grazie ai benefici per la collaborazione con la giustizia avviata poco dopo D’Amato, nel 2010. Mentre per l’abruzzese Egidio Ballone restano i 5 anni di carcere fissati in primo grado per la rapina a un giocatore all’uscita del casino’ di Sanremo, raccontata sempre da D’Amato agli inquirenti. In aula non è comparso il fratello del killer pentito, Dario, che in primo grado era stato condannato a 6 anni per associazione mafiosa con uno sconto per aver avviato, a sua volta, di una collaborazione con la giustizia. Stando al quadro messo assieme dagli investigatori i Cassotta, costola melfitana del nucleo originale del presunto “superclan” basilischi, si sarebbero dedicati ai piu’ tradizionali business criminali, inclusa un’estorsione ai danni di un noto medico della cittadina federiciana. D’altra parte il clan Di Muro avrebbe preso di mira appalti e lavori edili come le opere del centro commerciale “La nave” e il progetto della nuova ala del cimitero comunale, grazie a un sistema di imprese collegate gestite dai fratelli e dal loro uomo di fiducia, Emilio Caprarella. Se però qualcuno si si opponeva al suo predominio – secondo gli uomini del Reparto operativo dei carabinieri e della Squadra mobile di Potenza – finiva come i fratelli Marco e Bruno Cassotta. E chi come D’Amato voleva passare con loro doveva dimostrare la sua determinazione versando il sangue degli ex amici.

Due anni fa, durante la requisitoria in primo grado, il procuratore aggiunto del capoluogo, Francesco Basentini (oggi a capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), aveva evidenziato il livello di infiltrazione dei clan, attraverso Caprarella, anche in Comune, citando l’inchiesta per cui lo stesso imprenditore è ancora a processo col figlio Antonio (accusato a sua volta di associazione mafiosa ed ex consigliere comunale della maggioranza che elesse Ernesto Navazio) e l’attuale primo cittadino Livio Valvano, per concordato le varianti su alcuni lavori. Anche il verdetto di ieri della Corte d’assise d’appello, presieduta da Pasquale Materi, pare quindi destinato a finire al vaglio della commissione d’accesso ad agosto aveva spinto il prefetto di Potenza Annunziato Vardé a insediare una commissione d’accesso nel Municipio di Melfi per valutare l’opportunità di uno scioglimento dell’amministrazione per infiltrazioni mafiose.

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