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Francesco Piro, capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale

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POTENZA – C’è una nuova grana giudiziaria per il capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale, Francesco Piro, che rischia di esplodere proprio alla vigilia delle elezioni comunali nella “sua” Lagonegro. Perdipiù su una questione che a lungo è stata tra i cavalli di battaglia della “sua” candidata sindaca, Maria Di Lascio, ma quando, politicamente parlando, erano ancora “nemici”.

Si tratta di un’inchiesta della procura della Repubblica di Lagonegro che nei mesi scorsi ha aperto un’inchiesta, l’ennesima, sul Parco Giada: l’ex giardino zoologico, poi trasformato in fattoria didattica e centro sportivo, che è anche la principale incompiuta del centro valnocino, con 6milioni e 800mila euro già spesi per una ristrutturazione eseguita solo al 50%.

Gli inquirenti, infatti, già nel 2017 avevano acceso i riflettori sul caso ipotizzando una malversazione di fondi da parte del Comune per le risorse trasferiti alla società dell’ex assessore comunale Piro, la Natural Park srl, che si era aggiudicata la gestione della struttura.

Tre anni dopo, quindi, l’obiettivo è chiarire la correttezza di quella gara, vinta con un ribasso di appena l’1%. Per questo nel mirino sarebbero finiti anche i commissari di gara che «su istigazione » di Carmela, Vincenzo e Francesco Piro, più Biagio Picarella, avrebbero attestato il possesso di una serie requisiti da parte della Natural Park srl in tutto o in parte inesistenti.

Nei mesi scorsi sarebbero stati già sentiti, in particolare, i vertici della Banca di credito cooperativo di Montesano, che avrebbero disconosciuto una firma su una referenza bancaria datata 2012, che è l’anno della gara sospetta. Una circostanza evidentemente curiosa se si considera che all’epoca il capogruppo forzista in Consiglio regionale era consigliere di amministrazione della Bcc di Buonabitacolo e l’anno successivo ne sarebbe diventato vice presidente.

Altre stranezze riscontrate nella documentazione a sostegno della domanda delle Natural Park riguarderebbero, poi, la mancata attivazione nel registro della Camera di commercio dell’attività di “esercizio di giardini zoologici e delle riserve naturali”, che era richiesta dal bando di gara, e l’assenza dell’attestato di presa visione del disciplinare di gara.

Non una ma una serie di sviste, insomma, che sarebbero state ispirate dai Piro e il fedelissimo Picarella con l’obiettivo, raggiunto, di pilotare l’esito della gara. Se però l’ipotesi di turbativa d’asta legata all’epilogo della vicenda risulta ormai prescritta, a oltre 8 anni dai fatti, per quella di falso ideologico in concorso con i tre commissari i termini di prescrizione scadranno solo a fine 2022. Abbastanza in là per poter pensare se avviare o meno un processo a rigurdo.

A dicembre dell’anno scorso Francesco Piro, Picarella e altri, tra cui il sindaco di Castronuovo Sant’Andrea Antonio Bulfaro (in corsa per la riconferma alle elezioni del 20-21 settembre) erano stati già rinviati a giudizio per un’altra inchiesta della procura di Lagonegro.

In questo caso le accuse ruotano attorno a un’ipotesi di truffa in concorso sul finanziamento della Regione Basilicata per l’ammodernamento dell’Hotel Midi di Lagonegro, di proprietà di Bulfaro (LEGGI LA NOTIZIA). Ma al capogruppo azzurro in Regione deve rispondere anche di evasione fiscale e autoriciclaggio per alcune presunte «fatture per operazioni inesistenti», in relazione a quei lavori al Midi Hotel, utilizzate da Bulfaro per «evadere le imposte sui redditi e il valore aggiunto».

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