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Franco Rufrano, Giuseppe D'Affuso e Orazio Colangelo

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POTENZA – Niente sconti ai presunti esattori ingaggiati da un boss cerignolano per recuperare il suo credito nei confronti di un corriere della droga potentina, che aveva deciso di uscire dal “giro”.

E’ questo il senso della sentenza con cui la Corte d’appello, ieri pomeriggio, ha respinto i ricorsi presentati dai potentini Franco Rufrano, Giuseppe D’Affuso e Orazio Colangelo (presidente del comitato di quartiere di Rione Lucania), contro le condanne a 24 anni di carcere complessivi per estorsione con metodo mafioso.

Il collegio presieduto da Pasquale Materi (consiglieri Vittorio Santoro e Giovanni Paternoster) hanno respinto i ricorsi presentati dai legali dei tre indagati: Vito Lucia e Domenico Stigliani per Rufrano, condannato a 10 anni di reclusione, e Gaetano Basilie e Sergio Lapenna, rispettivamente, per D’Affuso e Colangelo, per cui in primo grado erano stati disposti 7 anni di reclusione.

La Corte d’appello ha confermato anche il risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, nei confronti dell’ex corriere della droga, costretto vivere sotto protezione assieme ai familiari da settembre del 2018, quando scattarono le manette per i 3, e l’allarme per alcuni messaggi intimidatori che gli vennero recapitati subito dopo.

I fatti risalgono al 2017, quando – stando a quanto ricostruito dagli agenti della sezione anticrimine della Squadra mobile del capoluogo -, Rufrano e D’Affuso si sarebbero attivati per recuperare il credito vantato da un non meglio precisato fornitore dell’ex corriere: circa 20mila euro tra la droga non pagata e l’auto che gli era stata affidata, e regolarmente intestata, per i suoi “viaggi”. Una Fiat Panda, per la precisione, con un vano nascosto ricavato nell’alloggiamento dell’airbag di fronte al sedile del passeggero anteriore destro.

A svelare quanto gli stava accadendo, dopo le prime rivelazioni di una fonte confidenziale alla polizia, era stato proprio il giovane potentino, messo alle strette dopo un violento pestaggio per cui era finito al pronto soccorso dell’ospedale San Carlo.

Il suo racconto era partito dal 2016, quando ha spiegato di essere stato “agganciato” da un tale «Florin», rumeno, che spacciava hashish a Potenza e, a un certo punto, lo ha portato a Cerignola al cospetto di un non meglio precisato «Domenico».

Il boss gli avrebbe offerto mille euro a viaggio per portare avanti e indietro la droga dalla Puglia in Basilicata, e i soldi incassati dallo spaccio. L’accordo prevedeva che lui andasse a Cerignola e lasciasse l’auto nel garage di una persona di fiducia che avrebbe provveduto a “imbottirla” a dovere. Poi sarebbe dovuto tornare a Potenza e lì avrebbe dovuto lasciare il veicolo in punto concordato con “Florin”, che possedeva una copia delle chiavi per aprirla e prelevare la merce.

Così è iniziata la sua attività di “corriere”, ma poco dopo il rumeno sarebbe misteriosamente scomparso e lui si sarebbe ritrovato da solo con l’auto e un debito di circa 20mila euro con «Domenico».

Per riuscire a restituire quel denaro il boss cerignolano lo avrebbe invitato ad aprire una sua piazza di spaccio a Potenza. Quindi, di fronte al rifiuto del “corriere”, sono iniziati i problemi, con la rihciesta di raccogliere subito 7-8 mila euro «altrimenti faceva partire della gente che una volta partita non torna più indietro», perché «se lo dobbiamo fare ad uno lo facciamo senza problemi».

In seguito i cerignolani avrebbero deciso di rivolgersi all’esattore Rufrano, appena tornato in libertà dopo 6 anni di carcerazione preventiva (per accuse per cui è stato assolto, ndr), che assieme a D’Affuso lo avrebbe convinto a pagare subito 1.200 euro, più altri 2mila in assegni da 1.000 euro. Con tanto di pestaggio, per chiarire il messaggio, nei locali del comitato di quartiere di Rione Lucania, presieduto da Orazio Colangelo, che è accusato di aver assistito alla scena.

Di fronte ai giudici di primo grado il giovane ex corriere aveva parlato anche della presenza, durante il pestaggio, di un quarto uomo che avrebbe avuto una pistola nella cintola dei pantaloni e sarebbe arrivato per l’occasione da Melfi. «Florin», «Domenico» e il melfitano non sono stati mai identificati.

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