X
<
>

Massimo Cassotta

Share
3 minuti per la lettura

POTENZA – Condannare 7 dei 12 imputati nell’ultimo processo al clan Cassotta a 65 anni di reclusione per associazione mafiosa e una serie di estorsioni. Inclusa quella ai danni del neo sindaco di Melfi, Giuseppe Maglione.

È quanto chiesto, ieri, dal pm Gerardo Salvia nel processo, soprannominato “tandem”, nato dalle dichiarazioni rese nel 2012 da due collaboratori di giustizia, Adriano e Giuseppe Cacalano, padre e figlio, a cui in seguito si è aggiunto anche Erio Loconsolo.

Di fronte al collegio presieduto da Rosario Baglioni, il pm ha indicato in 15 anni e 6 mesi di reclusione la pena più idonea per il maggiore dei fratelli Cassotta, il 53enne Sergio. Dieci anni, e 10mila euro di multa, invece, è stata la richiesta per il fratello minore, il 49enne Massimo. Quindi: 12 anni e 6 mesi per il figlioccio di quest’ultimo, il 32enne Giuseppe Caggiano; 6 anni e 9 mesi per il 30enne pentito Giuseppe Cacalano; e 7 anni per il 41enne Michele Morelli (detenuto per due degli omicidi della faida tra clan del Vulture, ndr), il 44enne Donato Prota e il 42enn Luciano Grimolizzi. Tutti di Melfi tranne Prota, che risulta residente a Rionero.

Il pm ha chiesto anche l’assoluzione per insufficienza probatoria del 33enne Luciano Battaglia, e il proscioglimento per avvenuta prescrizione del 87enne Donato Sassone, del 31enne Nicola Fontana, e del 41enne Alessandro Sportiello.

Stando al capo d’imputazione, l’estorsione per il neo sindaco di Melfi, Maglione, sarebbe andata avanti per una decina d’anni: dal 1999 in poi. Il “pizzo” pagato sarebbe consistito in 3mila euro in contanti consegnati a Giuseppe Cacalano, più l’assunzione nella sua ditta della moglie del boss Marco Ugo Cassotta, e del fratello della moglie di Massimo Cassotta, erede della guida del clan dopo l’omicidio del primo nell’estate del 2007.

Tutte circostanza confermate agli investigatori da Maglione, in un verbale acquisito agli atti del processo. Sicché la sua deposizione in aula è stata considerata superflua.

Un altro episodio di estorsione, invece, avrebbe riguardato la ditta di costruzioni di Sassone, finito a processo per favoreggiamento per aver negato agli investigatori di essere vittima del pizzo. Parlando di dazioni di danaro a Massimo Cassotta legate a una fornitura di materiale edile.

Ma nel mirino del clan sarebbero finiti anche il titolare di una concessionaria di auto, costretto a «effettuare gratuitamente una serie di interventi tecnici e manutentivi», e quello di una pizzeria nel centro storico della cittadina federiciana.

Nei confronti di quest’ultimo, stante le iniziali resistenze al pagamento di 400 euro per la “protezione” che gli era stata offerta, il clan si sarebbe “attivato” appiccando un incendio all’ingresso della sua attività. Per questo l’imprenditore, stando sempre a quanto si legge nel capo d’imputazione: «dopo pochissimi giorni (…) decideva di abbandonare Melfi e trasferirsi al Nord Italia».

Sergio Cassotta e Giuseppe Caggiano sono accusati, inoltre, di tentato omicidio per aver esploso alcuni colpi di arma da fuoco, a ottobre del 2010, mirando ad Angelo Di Muro, considerato il boss dell’omonimo clan rivale.

Dopo la discussione del pm il processo è stato rinviato al 15 dicembre per le arringhe di Giuseppe Colucci e Antonio Osvaldo Silvestro per Prota, Michele Mastromartino per Fontana, gli stessi Colucci e Mastromartino per Grimolizzi, ancora Colucci per Sportiello, e Maria Pina Palmieri per Morelli.

Share

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

Share
Share
EDICOLA DIGITALE