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Angelo Salinardi

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POTENZA – Revocato il divieto di avvicinarsi all’attuale prima cittadina di Ruoti, Angela Scalise, nei confronti di uno dei tre indagati-candidati alle elezioni comunali del prossimo 12 giugno, il consigliere comunale uscente Angelo Faraone. Mentre vi restano sottoposti: l’ex sindaco Angelo Salinardi, in corsa per la fascia tricolore; e un altro dei suoi fedelissimi, Rosario De Carlo, a sua volta consigliere comunale uscente.

È questo il quadro che emerge dall’incrocio dei nomi che compaiono nelle liste presentate sabato scorso nel piccolo centro del Marmo Platano, e le ultime decisioni adottate dal gip di Potenza, Antonello Amodeo, nell’ambito dell’inchiesta sulla persecuzione ai danni dell’attuale prima cittadina. Una vera e propria «macchina del fango», quella presa di mira dagli inquirenti potentini, scatenata da Salinardi con la presunta complicità degli stessi De Carlo, Faraone e altri. Incluso un quarto consigliere comunale uscente, Rocco Gentilesca, che ha scelto di non ricandidarsi.

Il provvedimento del gip nei confronti di Faraone, che resta indagato per un’ipotesi di calunnia ai danni di Scalise, è arrivato soltanto nelle scorse settimane su istanza del suo legale, gli avvocati Rosanna Faraone e Rosaria Malvinni (nell’articolo pubblicato nell’edizione di domenica 15 maggio a pagina 7 dal titolo “Salinardi e i suoi fedelissimi “sfidano” i pm potentini”, invece, si dava erroneamente conto della perduranza della misura, ndr).

Per Salinardi, De Carlo e gli altri indagati, tuttavia, si attende la fissazione dell’udienza in Cassazione sui ricorsi presentati dai rispettivi difensori, Leo Chiriaco e Donatello Cimadomo per il primo e Gianpaolo Carretta per il secondo. Ricorsi presentati dopo che il Tribunale del riesame ha confermato i gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari, a loro carico, non solo per l’ipotesi di calunnia in concorso con Faraone, ma anche per quella di atti persecutori nei confronti di Scalise. Più altri reati contestati al solo Salinardi, in relazione alle presunte mazzette pagate per l’affidamento alle sue imprese di famiglia di una serie di commesse nell’indotto Stellantis. Mentre ha “bocciato” un ulteriore capo d’imputazione a carico di Salinardi per calunnia ai danni del referente della sezione per i reati contro la pubblica amministrazione della Squadra mobile di Potenza, Pasquale Di Tolla, che ha coordinato le indagini nei confronti dell’ex sindaco e dei suoi presunti sodali.

Nelle scorse ore, a provare ad “assolvere” anzitempo, quanto meno agli occhi dei cittadini ruotesi più distratti, Salinardi e i suoi fedelissimi, appena lanciatisi in campagna elettorale, era stato un altro degli indagati finiti nel mirino dei pm di Potenza. Vale a dire l’ex consigliere regionale Luigi Scaglione, che è anche l’attuale capo ufficio stampa della Provincia di Potenza, ed è stato a lungo il referente regionale di Centro democratico.

Lo stesso Scaglione che secondo i pm avrebbe manovrato la «macchina del fango» al servizio di Salinardi, preparando e diffondendo i comunicati in cui la sindaca veniva accusata, tra l’altro, di una relazione extra coniugale – inesistente secondo i pm – con un suo assessore, Franco Gentilesca, in corsa a sua volta come primo cittadino alle elezioni del 12 giugno.

Commentando sui social l’articolo pubblicato sul Quotidiano nell’edizione di domenica, Scaglione aveva sostenuto che «i consiglieri candidati mi risulta che non hanno più nessun divieto». Una circostanza, quest’ultima, evidentemente falsa, come già chiarito, data la persistenza delle misure cautelari a carico di Salinardi e De Carlo.

L’ex consigliere regionale, quindi, era tornato ad attaccare con epiteti vari («portavoce del male») presumibilmente l’autore dell’articolo, ovvero lo scrivente, accusandolo, tra l’altro, di non aver mai dato spazio alle difesa, pur non avendo mai esercitato in maniera compiuta il suo diritto di replica.

Già in precedenza, infatti, commentando sui social un primo articolo con la notizia della ri-candidatura di Salinardi, Scaglione aveva puntato il dito, in particolare, sulla tesi degli inquirenti, ivi riportata, per cui i suoi servizi da addetto stampa sarebbero stati ricompensati dall’ex sindaco con 33mila euro. Soldi che invece, a detta dell’ex consigliere, andrebbero considerati una semplice liberalità tra privati, del tutto slegata da controprestazioni di qualunque tipo.

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