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Il tribunale di Potenza

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POTENZA – Nessun colpevole per l’ammanco da 7,2 milioni di euro nel caveau dell’istituto di vigilanza «La Ronda» di Potenza scoperto nel 2014 in seguito a un’ispezione della Banca d’Italia. È questo l’esito del processo che si è appena chiuso nel capoluogo lucano. L’ennesimo vanificato dal decorso dei termini di prescrizione all’interno del Tribunale potentino, dove spesso tocca registrare che i processi con qualche fattore di complessità si arenano senza arrivare fino in fondo.

Il collegio “B” della sezione penale, presieduto da Valentina Rossi dopo l’avvicendamento con Federico Sergi (di recente trasferitosi a Brindisi), ha dichiarato la prescrizione anche dell’ultima contestazione rimasta in piedi dopo una prima sentenza di proscioglimento, sempre per prescrizione, pronunciata a settembre del 2021. Sentenza che aveva riconosciuto «il non luogo a procedere» per le accuse di appropriazione indebita, e di partecipazione nell’ipotizzata associazione a delinquere, che avrebbe visto vertici e dipendenti della Ronda collaborare stabilmente nell’appropriazione indebita in questione.

Di qui l’uscita dal processo di 4 dei 6 imputati, e il prosieguo del dibattimento, con un sostanziale nulla di fatto, per l’ex titolare della Ronda, Pier Giulio Petrone, e il suo braccio destro, Giovambattista Volini, considerati i promotori dell’associazione a delinquere in questione. Fino a quando non è maturata la prescrizione anche per quest’ultimo reato.

Nel 2014, dopo la segnalazione della Banca d’Italia che aveva fatto scattare l’inchiesta coordinata dai pm Gerardo Salvia e Francesco Basentini, erano stati sentiti dagli investigatori diversi dipendenti dell’istituto di vigilanza, che custodiva nel suo caveau la provvista di contanti delle principali banche lucane. In particolare: Banco di Napoli, Banca Popolare di Puglia e Basilicata, Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di Bari, Iccrea, Unicredit, Banca Apulia, Banca popolare dell’Emilia Romagna, Bnl, Banca pugliese, Banca Carime e Poste Italiane.

Grazie alle indicazioni di uno di dei dipendenti sentiti, quindi, era stato ricostruito quanto avveniva tra la “sala conta” del denaro e il caveau dove veniva materialmente custodito, indicando anche chi prelevava il denaro “scomparso” e per ordine di chi, e la metodologia con cui venivano falsificate le «riepilogative giornaliere» di prelievi e depositi, «simulando così all’apparenza un regolare andamento della gestione e del servizio».

Gli investigatori della Guardia di finanza e della Squadra mobile della Polizia avevano ricostruito anche le contromisure adottate, «in caso di controllo da parte di uno o più istituti di credito», con l’organizzazione guidata da Petrone e Volini che avrebbe provveduto «a trasferire e riporre la quantità di denaro mancante prelevandolo dalla cassaforte di altra banca o istituto di credito non interessata nella circostanza da alcun controllo, in modo tale da simulare un’apparente integrità del deposito controllato». Quanto invece all’impiego dei 7milioni e duecentomila euro è rimasto il mistero. Nonostante il sospetto, ricorrente, di una specie di autofinanziamento delle casse dell’istituto di vigilanza, che da tempo fronteggiava gravi difficoltà finanziarie e ancor prima della scoperta dell’ammanco si era visto sequestrare 3milioni e mezzo di euro per omessi versamenti Iva.

A dicembre del 2014 era arrivato il sequestro delle quote societarie di Petrone e il commissariamento giudiziario della Ronda e di un altro istituto di vigilanza, Sesamo, di cui era rappresentante legale Volini. Per Petrone e Volini, assistiti dagli avvocati Angela Pignatari e Paolo Galante, il rinvio a giudizio era arrivato a marzo del 2017. Ma i 5 anni e mezzo trascorsi da allora non sono bastati neanche per una pronuncia di primo grado.

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