Il tribunale di Potenza
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Un uomo, Canio Di Gioia, colpì con un bastone un 31enne e si diede alla fuga. Il 27enne, di Palazzo San Gervasio, dovrà scontare 5 anni per tentato omicidio. A scatenare l’ira dell’uomo il danneggiamento di una tapparella della casa dove viveva
POTENZA – Il gup di Potenza Antonello Amodeo ha condannato a 5 anni di reclusione per tentato omicidio Canio Di Gioia, 27enne di Palazzo San Gervasio.
Il giudice ha accolto solo in parte la richiesta di condanna avanzata dal pm Sarah Masecchia al termine del processo in rito abbreviato.
LITE PER UNA TAPPARELLA DANNEGGIATA, CONDANNA PER TENTATO OMICIDIO
Il magistrato titolare del fascicolo, infatti, aveva chiesto 8 anni di reclusione, già scontati di un terzo per la scelta del rito alternativo, per effetto del riconoscimento delle aggravanti della premeditazione e dei futili motivi.
Di diverso avviso il difensore di Di Gioia, l’avvocato Gervasio Cicoria, che ha ottenuto anche il riconoscimento delle attenuanti generiche. Oltre all’esclusione delle due aggravanti contestate.
I fatti risalgono al 26 settembre del 2024 quando è stata segnalata ai carabinieri la presenza di una persona a terra in una chiazza di sangue davanti a un bar in piazza Aldo Moro, nel centro di Palazzo San Gervasio.
I FATTI RISALGONO AL 26 SETTEMBRE 2024
Il padre di Di Gioia, sopraggiunto sul posto, aveva subito ammesso le responsabilità del figlio.
Ai militari l’uomo ha raccontato che a scatenare l’ira dell’allora 26enne sarebbe stato il danneggiamento di una tapparella della casa dove viveva. Convinto com’era che la vittima, un 31enne di Palazzo, ne fosse il responsabile.
A quel punto erano partite le ricerche, ma Di Gioia si sarebbe presentato all’ingresso della caserma dei carabinieri soltanto il giorno successivo.
L’IRA DELL’UOMO PER IL DANNEGGIAMENTO DELLA TAPPARELLA DI CASA
«Tempo fa hanno bruciato la macchina del padre e lui se l’è presa con me… mi ha bruciato le tapparelle di una finestra della casa dove abito… è passato davanti casa mia pronunciando le frasi “come ho bruciato le tapparelle devo bruciare a te vivo”».
Questo il verbale con la confessione di Di Gioia, che ha aggiunto di aver colpito la vittima con un bastone da pastore per difendersi. Poco più tardi.
LA CONFESSIONE
«È ritornato verso casa mia, è entrato nel garage e mi ha aggredito prendensomi dal collo e poi mi ha tirato un orecchio. Io per difendermi l’ho spinto, poi sono entrato nel garage e ho impugnato una parroccola, ossia un bastone di legno del tipo da pastore (…) a questo punto io l’ho inseguito e quando siamo arrivati vicino la madonnina, a circa cento metri da casa mia, l’ho colpito una volta alla testa, a quel punto è caduto per terra e io sono scappato spaventato».
Una versione, quella dell’imputato, solo in parte compatibile con il referto dei medici del San Carlo di Potenza, che visitando la vittima hanno riscontrato un «politrauma con sfacelo traumatico cranio-facciale», ma anche «fratture costali multiple bilaterali».
A gennaio il difensore di Di Gioia aveva chiesto e ottenuto il rito abbreviato condizionato all’esame di tre testimoni. Anche per chiarire i rapporti tra le famiglie del suo assistito e della vittima.
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