Sigfrido Ranucci
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Dall’attentato a Sigfrido Ranucci al dibattito sui rapporti tra informazione, giustizia e politica: quando è pericoloso dire la verità
L’attentato a Sigfrido Ranucci continua a tenere banco e ad animare il dibattito sui rapporti tra informazione, giustizia e politica, sollevando interrogativi inquietanti. Le indagini in corso ci consegneranno la verità, almeno tutti ce lo auguriamo, per quanto concerne l’individuazione dei responsabili e del movente del grave atto intimidatorio. Ma, al di là di questo aspetto, c’è una questione, che è diventata sempre più cruciale per le sorti stesse della democrazia, vale a dire il pericolo per cui fare giornalismo d’inchiesta ed informare correttamente i cittadini, esercitando un diritto fondamentale sancito dalla nostra Costituzione, oggi può significare anche rischiare la vita, subire minacce e, nella migliore delle ipotesi, rischiare la rovina legale.
Non è solo una questione di sicurezza personale. Il sistema oggi non protegge adeguatamente chi cerca di raccontare ciò che altri vogliono nascondere, soprattutto quando i fatti investono gli equilibri economico-politici relativi alle alte sfere del potere. E quando non arrivano le minacce fisiche, arrivano le querele bavaglio, le cosiddette SLAPP (Strategic Lawsuits Against Public Participation). Ho vissuto per quasi quarant’anni anni all’interno del sistema giudiziario, occupandomi anche di inchieste scottanti (Iena 2 e Vallettopoli, solo per citare quelle più eclatanti), con l’arresto di politici, funzionari pubblici infedeli, imprenditori e faccendieri vari, indagati per reati quali la corruzione, l’associazione mafiosa, le estorsioni, che hanno fatto venire alla luce ricatti, spesso concernenti l’uso distorto del potere mediatico.
IL CONFINE SOTTILE TRA INFORMAZIONE E DIFFAMAZIONE
So bene quanto sia sottile il confine tra informazione e diffamazione, e quanto certe azioni legali vengano avviate non per tutelare la reputazione, ma per spezzare la voce di chi indaga, ovvero per far sì che l’attenzione investigativa sia diretta in una direzione piuttosto che in un’altra. In questo contesto complesso e magmatico, nel quale è difficile districarsi per chi deve indagare o giudicare, le SLAPP diventano armi legali (a volte anche letali) travestite da giustizia, intentate da personaggi potenti, aziende importanti, politici o gruppi di pressione, con l’unico scopo di far perdere tempo, denaro e serenità a giornalisti di testate indipendenti. Lo stesso accade anche ai magistrati che si occupano di vicende scottanti. È una strategia che non ha bisogno di vincere in aula: basta trascinare per anni la vittima designata in un labirinto giudiziario per ottenere l’obiettivo finale: il silenzio.
Pertanto, l’attacco personale a Sigfrido Ranucci è solo l’ultimo capitolo di una strategia che viene da lontano, che si manifesta nel tentativo costante di mettere a tacere non solo un programma, ma un modello di giornalismo non allineato, libero, verificato e documentato, come quello di Report. Quando un’inchiesta dà fastidio accade che chi ne è colpito, non avendo argomenti validi per contrastarne i risultati, non risponde nel merito, ma sceglie un’altra via: la delegittimazione, la pressione, che si consuma con la querela temeraria, ma anche la causa civile con richieste risarcitorie milionarie, tutte forme di ricatto indiretto formalmente ineccepibili.
DIFENDERE UNA CATEGORIA PROFESSIONALE E IL DIRITTO ALL’INFORMAZIONE LIBERA
Nella mia lunga carriera di magistrato ho avuto modo di verificare come il sistema giudiziario può diventare a volte uno strumento di intimidazione, se usato male, ovvero se piegato a interessi esterni. È un rischio che oggi riguarda anche l’informazione. Per questo la magistratura deve essere consapevole di questo rischio ed ha il dovere di vigilare con particolare attenzione anche sul fenomeno delle SLAPP, riconoscerle per ciò che sono e intervenire tempestivamente, per arginarle. Deve, altresì, sanzionare quel giornalismo, cosiddetto spazzatura, che utilizza l’informazione in maniera distorta, spesso imbastendo campagne scandalistiche contro personaggi pubblici, inducendoli a cedere alle loro richieste. Dall’altra parte, invece, i giornalisti devono poter contare su editori disposti a difendere la loro autonomia e a non sacrificarla per mantenere equilibri politici.
Non si tratta solo di tutelare una categoria professionale, bensì di difendere il diritto di tutti i cittadini a sapere e ad essere informati senza filtri o censure. Quando un giornalista viene minacciato, messo sotto processo o abbandonato dal proprio editore, non è lui a essere danneggiato, ma gli utenti del servizio informativo, vale a dire i cittadini.
CONTRO L’INFORMAZIONE MALATA UNA CULTURA EDITORIALE PIU’ CORAGGIOSA
Di contro, quando un giornale, in mano a personaggi senza scrupoli, spesso con un passato poco limpido e legati ad ambienti della criminalità organizzata, usa in modo distorto il proprio potere di condizionare l’opinione pubblica, esercitando un vero e proprio potere di ricatto, al fine di ottenere dei vantaggi che altrimenti non potrebbe conseguire, di natura non necessariamente economica, è necessario che in questo caso intervenga la magistratura, non solo per sanzionare queste condotte criminose, ma anche per tutelare la libertà di autodeterminazione delle vittime di queste condotte odiose, spesso titolari di cariche pubbliche.
E allora non bastano le solidarietà di facciata, serve una cultura editoriale più coraggiosa ed un’opinione pubblica consapevole, che non si abitui mai a vedere calpestata la libertà d’informazione, senza reagire nel rispetto della legalità.
* ex presidente reggente
della Corte d’appello di Potenza
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