X
<
>

Rocco Palombella

7 minuti per la lettura

«Melfi specchio della crisi; Adesso serve chiarezza per capire il suo futuro»: su Stellantis interviene il segretario generale Uilm, Rocco Palombella


Il segretario generale della Uilm Rocco Palombella, sarà presente oggi e domani al quarto congresso regionale del sindacato di categoria lucano che si terrà a Potenza. Con lui abbiamo ragionato della situazione di Stellantis (che ieri ha stimato consegne consolidate per i tre mesi conclusi il 31 marzo 2026 a 1,4 milioni di unità, con un aumento del 12% rispetto al 2025), del sito di Melfi e del futuro del lavoro in Basilicata.

Il primo trimestre 2026 ha segnato un segno più nella produzione di Stellantis. È l’inizio di una stabilità strutturale?

“È un segnale positivo, ma dobbiamo evitare letture troppo ottimistiche perché parliamo di una ripresa che arriva dopo anni molto difficili, segnati da un forte calo produttivo e da una riduzione significativa dell’occupazione. Siamo ancora lontani dai livelli che il nostro Paese ha conosciuto in passato e questo è anche il risultato di scelte industriali che non sempre hanno messo al centro il sistema produttivo italiano. Per poter parlare davvero di stabilità servono continuità nei volumi, investimenti certi e una visione industriale chiara: condizioni che oggi non vediamo”.

Qual è la sua impressione su Melfi?

“Melfi resta uno stabilimento strategico, ma rappresenta bene le contraddizioni della fase che viviamo. Da un lato ci sono nuovi modelli e piattaforme produttive, dall’altro registriamo una riduzione dell’occupazione e un ricorso ancora significativo agli ammortizzatori sociali, segnale di una transizione non governata che ha avuto un costo sociale alto. Il punto è capire se Melfi sarà davvero al centro delle strategie future o no, e su questo servono risposte chiare e definitive”.

Recentemente, riguardo Stellantis, ha detto che “Il tempo della fiducia è finito. Le parole non
bastano più, adesso ci vogliono i fatti”: che cosa si aspetta dal nuovo piano strategico?

“Quando diciamo che il tempo della fiducia è finito intendiamo che non bastano più le dichiarazioni, servono scelte concrete e verificabili. In questi anni abbiamo visto annunci e cambi di impostazione che hanno alimentato incertezza, mentre oggi c’è bisogno di chiarezza. Il 21 maggio deve rappresentare un momento di verità, perché dire che l’Italia è centrale nelle strategie del gruppo non è più sufficiente se poi questo non si traduce in scelte industriali precise”.

A proposito del piano strategico. Qual è la linea rossa che la Uilm non è disposta a veder
valicare su occupazione e investimenti, anche in Basilicata?

“La linea rossa per noi è la tutela del lavoro, non siamo disponibili ad accettare ulteriori riduzioni dell’occupazione. Negli ultimi anni il settore ha già pagato un prezzo molto alto, anche in Basilicata, dove si è registrata una riduzione significativa dei lavoratori, e non si può pensare di continuare su questa strada senza costruire alternative concrete. Ogni scelta deve essere accompagnata da investimenti, nuovi modelli e garanzie occupazionali. Il lavoro non è negoziabile”.

Melfi è nata come una fabbrica integrata: oggi qui molte aziende dell’indotto rischiano il collasso. Come si evita che diventi una cattedrale nel deserto?

“Il rischio che l’indotto venga travolto è reale e può avere conseguenze su tutto il sistema industriale del territorio. Oggi molte aziende della componentistica lavorano con volumi ridotti o sono in forte difficoltà, mentre alcune stanno tentando percorsi di riconversione che però non sempre garantiscono continuità occupazionale. Serve un cambio di approccio, a partire da Stellantis, che deve rafforzare il rapporto con la filiera locale e garantire una maggiore stabilità produttiva. Allo stesso tempo serve che le istituzioni accompagnino questi processi con politiche industriali adeguate”.

John Elkann ha parlato di resilienza e basi poste per la ripresa. Quali sono queste basi?

“Le basi per una ripresa reale non possono essere solo dichiarate, ma devono poggiare su elementi concreti, come nuovi modelli competitivi, una strategia chiara sulle motorizzazioni e una filiera industriale in grado di reggere la transizione. Oggi questi elementi sono presenti solo in parte e questo rende la situazione ancora incerta. Se non si interviene anche su altri fattori, a partire dal costo dell’energia e dalla competitività del sistema europeo, il rischio è che la ripresa resti un miraggio”.

Se nel 2026 i nuovi modelli non dovessero “sfondare”, c’è un piano b per Melfi senza ulteriori tagli?

“Il tema non dovrebbe essere l’esistenza di un piano b, ma la capacità di costruire una strategia industriale solida che non lasci il destino dello stabilimento legato al successo di un singolo modello. Per questo è fondamentale lavorare su una maggiore diversificazione produttiva, su più modelli e su una programmazione che garantisca continuità. Se queste condizioni non vengono costruite, è evidente che il rischio di nuove ricadute occupazionali diventa concreto, ed è proprio quello che dobbiamo evitare”.

La crisi dell’automotive può essere affrontata solo con regole o serve un piano europeo?

“È evidente che le regole da sole non bastano, perché così com’è stata impostata, questa transizione rischia di essere più un problema che una soluzione. Serve un vero piano industriale europeo, sostenuto da risorse adeguate e da una visione comune, che permetta di accompagnare il settore senza scaricare i costi sui lavoratori e sui territori. Esperienze come il Next Generation EU dimostrano che quando l’Europa decide di investire può fare la differenza, ed è su quella strada che bisogna tornare”.

In questa situazione qual è il ruolo del Governo italiano?

“Il Governo deve assumere un ruolo più incisivo e non limitarsi a gestire le crisi. Non bastano tavoli e annunci, servono politiche industriali in grado di sostenere il comparto, accompagnare la transizione e rafforzare l’intera filiera. Serve visione”.

Altro tema: il costo dell’energia. Come la vede?

“Il tema dell’energia è centrale, perché le imprese italiane partono con un costo più elevato rispetto ad altri Paesi europei, e le tensioni internazionali rischiano di aggravare la situazione. Questo incide sulla competitività. Bisogna intervenire in modo deciso, anche utilizzando le risorse disponibili nei territori”.

Si parla di un nuovo modello Alfa Romeo a Melfi. Ne sa qualcosa?

Sulle indiscrezioni preferisco sempre non commentare, perché negli anni ne abbiamo sentite tante e spesso sono rimaste parole nel vuoto. Il tema vero è un altro: Alfa Romeo è un marchio simbolo dell’industria italiana e non possiamo accettare che il suo futuro venga spostato fuori dal nostro Paese.

Al di là dei problemi dell’automotive, qual è oggi la situazione industriale reale della Basilicata? Quali sono le priorità per evitare un ulteriore indebolimento del tessuto produttivo regionale?

“La Basilicata oggi vive una fase molto contraddittoria: da un lato è un territorio strategico, perché concentra asset fondamentali come automotive ed energia, dall’altro registra criticità crescenti sul piano occupazionale e produttivo, soprattutto nell’indotto e nei settori più esposti alla transizione.
Non c’è solo il tema di Melfi. Ci sono comparti come la logistica, dove centinaia di lavoratori sono ormai fuori dal ciclo produttivo, e situazioni molto difficili nella componentistica, con aziende
come Marelli, Tiberina o Snop che vivono una fase di forte ridimensionamento, mentre
altre realtà, come PMC e Brose, sono già dentro percorsi di riconversione.

Allo stesso tempo esistono anche eccellenze industriali importanti, penso per esempio ad aziende come Hitachi nel ferroviario, C.M.D. nella componentistica motori oppure Pinto Tecno nella meccanica di precisione, che dimostrano benissimo che questo territorio ha competenze e qualità produttiva, ma che rischiano di rimanere isolate se non vengono inserite in una strategia complessiva di sviluppo. Il punto, vede, è proprio questo: finora è mancata una visione.

La Basilicata continua a produrre valore, a partire dall’energia, ma questo valore non si traduce poi in sviluppo e occupazione stabile. Le priorità sono molto chiare: difendere l’indotto, accompagnare la riconversione senza scaricare i costi sui lavoratori, ridurre i costi energetici e attrarre nuovi investimenti, costruendo una vera politica industriale. Se non si interviene in questa direzione, il rischio è quello di un progressivo indebolimento del tessuto produttivo lucano. Noi invece pensiamo al contrario che la Basilicata possa diventare un polo industriale importante, ma servono scelte chiare e soprattutto la volontà politica di farle”.

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

SFOGLIA