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Antonio Quaglietta, ultimo libro “Risveglia la vita che sei. 64 passi per ricominciare” (Aldenia Edizioni, 2019)

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POTENZA – Svegliarsi conservando immagini confuse di guerra, carestia, esercito nelle piazze. Nei sogni che stanno infestando le notti di molti si coagulano le paure che in questo periodo di emergenza coronavirus strisciano dentro di noi e rodono le nostre difese.

Non le difese immunitarie – o non direttamente, come vedremo – ma quelle psicologiche. Non se ne parla in questo periodo, quasi fosse un aspetto marginale e trascurabile.

A dirci che non lo è ci pensa Antonio Quaglietta. Psicologo, counselor e formatore, tre lauree in tasca, molto quotato nel settore in Italia, il 47enne potentino ha appena pubblicato un video – cliccato da migliaia di persone – in cui cerca di spiegare alle persone come comportarsi in questo momento. Il filmato si può guardare all’indirizzo internet https://youtu.be/jGpc8tZl2ng.

«Nel video – dice Quaglietta – mostro gli effetti del panico sia in termini di emozioni (paura, rabbia, impotenza) sia di effetti sul fisico (produzione di cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress che incide pesantemente sul sistema immunitario). Do piccole strategie per mantenere la calma, spiegando perché rischiamo di andare nel panico: la sovraesposizione mediatica, le notizie contrastanti e soprattutto il bombardamento di immagini».

Ha riscontri, in questi giorni di emergenza sanitaria, dalle persone che assiste?
«Assolutamente sì. Le persone che ho visto questa settimana, un campione di circa trenta persone che stanno lavorando su altre difficoltà personali, nel 90 per cento dei casi hanno cominciato parlando del coronavirus e per buona parte del colloquio siamo rimasti sulle emozioni che genera».

E cosa emerge?
«Innanzitutto contattano paure che non avevano da tempo: per la prima volta si sentono assolutamente impotenti e totalmente privi di controllo. Soprattutto le persone con stile fobico e ossessivo, cioè che tendono alla paura oppure all’ordine e al controllo, stanno subendo contraccolpi fortissimi: si sentono in una situazione di assoluto pericolo e di assoluta impotenza».

E invece le persone che non sono fobiche od ossessive?
«Il contraccolpo varia d’intensità. La persona che non ha tendenze fobiche e ossessive, diciamo pessimistiche per intenderci, comincia a parlare di “seria preoccupazione”. Persone che hanno già la tendenza a vedere più il problema che la soluzione, rischiano di andare fuori controllo».

Che significa «andare fuori controllo»?
«Vuol dire attivare comportamenti che non avrebbero solitamente, che poi sono quelli che vediamo, come saccheggiare i supermercati, ad esempio. Ci sono persone che, mi hanno detto, iniziano ad avere paura che finisca l’amuchina. Una paura irrazionale. Però, la vivono come pericolo reale».

Qual è la situazione psicologica dell’uomo comune, quello che non chiede la sua assistenza?
«Si sta diffondendo in generale la paura di una privazione graduale ma progressiva dei propri spazi di vita. La maggior parte delle persone si chiede: lavorerò o no? Ci chiuderanno in casa? Saremo militarizzati? Se ne parla nei bar, nei supermercati, l’ho sentito nelle pause dei corsi aziendali. Forse per la prima volta si registra un quadro prospettico del futuro anormale ed eccezionale. Di solito non ci poniamo queste domande».

Da cosa dipende?
«Secondo me dipende dalle immagini dei media, come dicevo: ho diverse testimonianze di questo, anche nelle dirette che faccio sui social network. Non perché non si dicano frasi rassicuranti. Mentre si mostra un bollettino costante dei morti, l’aspetto fondamentale sono le immagini: drammatiche, quasi scenari di guerra: posti di blocco, pronto soccorso saturi, esercito ovunque. Quello che sta girando molto, in questi ultimi giorni, è – nelle zone rosse – il cibo lasciato in un posto e ritirato dalle persone in un secondo momento, quindi senza il contatto umano. Un linguaggio che parla direttamente all’inconscio. Tanto è vero che le persone cominciano a sognare di guerra, di peste, di scenari drammatici».

E le notizie rassicuranti che comunque si sentono?
«Che poi la voce narrante dica “non è nulla di più di un’influenza” provoca una sorta di corto circuito interno in cui razionalmente ti dici: la mortalità è bassa, il problema può essere contenuto, il sistema sanitario funziona; dall’altra il tuo inconscio risponde con emozioni molto più forti di quelle che pensi».

Un corto circuito fra contenuti e immagini, fra coscienza e inconscio.
«E’ come andare a vedere un terrificante film horror mentre accanto c’è una voce che continua a dirti: ma dai, non avere paura. Però quello che vedi sì che fa paura».

Nel lungo periodo, ipotizzando che l’emergenza coronavirus non scompaia così velocemente, cosa potrebbe accadere?
«In Italia siamo a mio avviso molto indietro con la vera promozione del benessere mentale ed emotivo. Questa emergenza lo dimostra: la psicologia è vista nel suo senso esclusivamente clinico, un intervento sul disturbo, sulla disfunzione. Se non si passa ora, immediatamente, a fornire subito elementi psicologici, emotivi a sostegno, piccole pratiche che possano portare le persone a mantenere la calma, il rischio è che – in maniera diversa in base alla propria organizzazione della personalità – si determineranno comunque conseguenze abbastanza significative. Variabili, ripeto, in base alla forza emotiva che ognuno ha. Il più tranquillo credo che comincerà a essere seriamente preoccupato».

Come prendersi cura dei bambini in questo momento?
«Qui ci sono molte cose da dire: innanzitutto distinguere per età. Parliamo prima dei più piccoli».

Definiamo l’età.
«Da 0 a 6 anni. I genitori svolgono la funzione più importante di tranquillizzarli. Ma se cercano di farlo e poi sono i primi ad andare in ansia, a stare sempre con il televisore acceso, a cambiare espressione del viso ogni cinque minuti perché arriva una notizia nuova, quel tentativo di tranquillizzarlo sortirà l’effetto contrario. Possiamo tranquillizzare se e fin quando abbiamo la nostra dose di tranquillità».

Diamo dei consigli pratici.
«Consiglio innanzitutto di distinguere le notizie, scegliere le fonti accreditate, non leggere ovunque e non ascoltare qualsiasi voce».

Ed è il primo consiglio. Il secondo?
«Riaccendere il pensiero critico. Là dove ti dicono cose palesemente insensate o in contrasto, cercare di approfondire. Non ripetere ma vagliare criticamente le notizie che abbiamo».

Poi?
«Non sovraesporsi. Darsi dei tempi per le notizie. So che la mattina, a pranzo e la sera ascolto qualcosa sul coronavirus. Ma non 12 ore al giorno. Non serve a niente e sovraccarica il nostro sistema mentale. Ci rende stressati».

Quarto consiglio?
«Concedersi piccole pratiche che servono a disintossicare la mente. Possono essere piccoli momenti di silenzio e respirazione, anche di due o tre minuti. Per chi lo fa, usare la meditazione. E soprattutto iniziare a rendersi consapevoli dei propri stati emotivi. Ogni tanto fermarsi e dire: come mi sento? Se notiamo troppa preoccupazione, ansia, paura, fermarsi e fare qualcosa per sé stessi: respirare, concedersi tempo per riposare. Prendersi cura dello stato emotivo come di quello fisico».

Di tutto questo non si parla molto, in questo momento, preferendo di gran lunga l’aspetto del corpo. Perché, secondo lei?
«Come dicevo, in Italia abbiamo una cultura medicalizzata, che considera la psicologia come aspetto su cui intervenire solo quando c’è un disturbo. Non abbiamo la cultura del benessere psicologico. Non si ragiona in termini sistemici, e nonostante sia provato a tutti i livelli – compreso quello scientifico con studi accreditati – non si spiega alle persone che le emozioni negative, per una serie di motivi, determinano comportamenti antisociali. Se diciamo alle persone di evitare le interazioni sociali, rimanere in casa però poi le stressiamo e le portiamo in ansia, non saranno in grado ad esempio di dirsi: il comportamento migliore è, in questo caso, non andare a trovare i genitori anziani. Cercheranno il contatto sociale, non saranno in grado di mantenere una scelta appresa razionalmente. Quello che sto dicendo nei miei video è proprio questo: curiamo l’aspetto psicologico per essere più funzionali a noi stessi e soprattutto per avere comportamenti responsabili in società».

Ci sono poi i bambini più grandi.
«Sì, dai 7 anni in poi, quando iniziano a conoscere e a voler capire. Con loro bisogna evitare i due estremi, entrambi dannosi: da una parte sminuire o nascondere la verità. Ho sentito genitori dire che è una vacanza, che non sta accadendo nulla: è un’atteggiamento che manda i bambini in confusione totale. Nascondere è da folli, dato che i bambini sono esposti agli amici e a tutte le altre fonti d’informazione. Dall’altra dire che è una guerra, che non si sa cosa accadrà eccetera: così si terrorizzano. Dire loro la verità con la giusta emotività, con i giusti toni rassicuranti».

Per esempio?
«Dire che c’è un problema, che il virus c’è, che è come è un’influenza ma molto più forte, che ci dobbiamo proteggere. Spiegare quello che sta accadendo dando loro tranquillità. Ultimo aspetto, fondamentale: soprattutto per i più piccoli evitare assolutamente, e sottolineo assolutamente, l’esposizione alle immagini costanti e terrificanti dei telegiornali».

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