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POTENZA – Il direttore generale della presidenza della giunta. Ma anche un paio di fedelissimi del governatore, l’amministratore del Consorzio di bonifica, e persino un “corpo estraneo” come l’attuale direttore generale del San Carlo. Sono loro i presunti capi del “Partito della Regione” finito nel mirino dei vertici del centrodestra lucano, che lunedì a Roma ha provato a tracciare le linee per il rilancio dell’azione di governo di via Verrastro partendo proprio dalle «resistenze al cambiamento» addebitate a non meglio precisate «tecnostrutture».

Come raccontato nei giorni scorsi dal Quotidiano, a rendere urgente l’arrivo da Roma in soccorso al governatore Bardi, dei parlamentari alla guida di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, sono stati i sospetti diffusisi qualche giorno fa, con un comunicato sindacale che anticipava l’ordine del giorno di una seduta straordinaria della giunta regionale che si stava per svolgere. Quell’ordine del giorno con la proroga dei contratti ad alcuni dirigenti esterni in servizio agli uffici di via Verrastro, infatti, non sarebbe stato conosciuto nemmeno agli assessori.

Di qui l’idea che qualcuno che ha libero accesso alla presidenza possa averlo fatto “uscire” per oscure finalità. In realtà la tensione all’interno degli uffici, e in particolare tra la direzione generale della presidenza affidata all’interna Maria Teresa Lavieri, e il gabinetto coordinato dall’esterno Fabrizio Grauso (già collaboratore del governatore campano, Stefano Caldoro), risalirebbe già a qualche settimana. Al punto che la prima ormai si rifiuterebbe di ricevere il secondo, ma non troverebbe più ascolto, a sua volta, dal governatore Vito Bardi, apparentemente deluso per la scelta compiuta agli inizi di agosto indicando per la guida del “suo” dipartimento proprio lei, nota per essere stata emarginata dopo un duro scontro con l’ex governatore Vito De Filippo e per aver costretto il Consiglio regionale a rivedere il regolamento sui rimborsi per le spese di mandato, poco prima che gli inquirenti appurassero l’uso distorto che se era stato fatto. Ad accendere le polveri sarebbe stata la riorganizzazione abbozzata dai fedelissimi del generale, che inizialmente prevedeva un considerevole rafforzamento dell’ufficio di gabinetto, rimasto sulla carta dopo le polemiche per l’evidente incremento di spesa che avrebbe comportato.

Tra le pieghe di quella riforma, infatti, si sarebbe ipotizzato anche il passaggio di una serie di poteri di controllo del dg della presidenza, e del ruolo della segreteria della giunta, sotto gli uffici di diretta collaborazione del governatore, perlopiù ricoperti da dirigenti esterni. Dall’indomani dell’insediamento del generale, però, la segreteria della giunta risulta occupata come facente funzioni, da un altro dirigente interno, Assunta Palamone, che Bardi in persona avrebbe convinto a rinunciare all’agognato trasferimento in Consiglio regionale. Di qui il sospetto di una manovra del “Partito della Regione” a difesa della stessa, che con Lavieri condivide anche la militanza nel piccolo ma combattivo sindacato Direr, già autore di numerosi esposti e denunce, come quelli che hanno fatto finire sotto inchiesta per i curriculum gonfiati i tre direttori generali esterni scelti nel 2014 dalla giunta regionale guidata da Marcello Pittella (accuse in seguito archiviate, ndr). L’offensiva della maggioranza ritrovata, tuttavia, non si fermerebbe al dg ribelle e punterebbe a ridimensionare, ancora una volta, la segreteria particolare del governatore, accusata, talvolta, di aver sostenuto la nomina di Lavieri (presidente del Rotary Club di Potenza), e talaltra, di impedire il libero accesso a Bardi agli stessi consiglieri che lo sostengono. Su tutti, quindi, il capo segreteria, Mario Araneo, e poi l’altro fedelissimo, Francesco Ignomirelli, cognato di quel Canio Santarsiero appena scelto come amministratore dell’Egrib: la postazione più prestigiosa a disposizione tra quelle dell’ultima tornata di nomine.

Sicché il “partito della Regione” si allargherebbe da un gruppo di dirigenti interni di via Verrastro allo staff del governatore e ad almeno altri due manager molto influenti considerati vicini a quest’ultimo come l’amministratore del Consorzio di bonifica Giuseppe Musacchio, particolarmente inviso alla Lega, e il dg del San Carlo Massimo Barresi, finito a sua volta nel mirino del capo di gabinetto Grauso che di recente avrebbe messo nero su bianco una serie di rilievi di illegittimità nella sua nomina (decisa dalla vecchia giunta Franconi, in assenza di Pittella, a legislatura ampiamente scaduta). Niente a che vedere, insomma, con la nutrita pattuglia di ex consiglieri, quasi tutti di centrosinistra, che in Regione continuano ad andare ogni giorno in quanto dipendenti, come Roberto Falotico, Vincenzo Folino, Michele Radice, Erminio Restaino e Vito Santarsiero (perlopiù assegnati ad uffici del Consiglio a distanza di sicurezza dai dossier più scottanti).

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