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La genetista Vincenza Colonna

Tempo di lettura 5 Minuti

POTENZA – Un laboratorio da 10.000 chilometri quadrati: la Basilicata – senza sacrificare la libertà o mettere a repentaglio l’incolumità di nessuno, spendendo poco – potrebbe ritagliarsi un ruolo di primo piano nella guerra che, volente o nolente, l’umanità ha decretato al coronavirus e alle sue conseguenze. Lo dice a chiare lettere una genetista lucana dall’importante curriculum che lavora a Napoli e propone alle autorità lucane di trasformare l’intera regione in un grande laboratorio di genetica. Lei è Enza Colonna, ha presentato la sua idea in due webinar (seminari sul web) organizzati dall’associazione di categoria Sanità Futura e ora la spiega meglio al Quotidiano del Sud.

Dottoressa Colonna, può sintetizzarci la sua idea?
«La Basilicata può contribuire alla lotta contro il Covid-19 diventando un laboratorio di genetica diffuso attraverso la raccolta di informazioni genetiche relative al virus Sars-CoV-2».

Come?
«Leggendo il genoma del virus ospitato dalle persone infette. La procedura consiste nel raccogliere materiale virale  da individui Covid-19 attraverso un tampone di saliva. Dalla saliva viene estratto il genoma virale e sequenziato, ovvero letto.  La sequenza  viene pubblicata e resa disponibile agli scienziati nel mondo per analizzarla sotto molteplici punti di vista».

Può spiegare meglio cosa sia la “sequenza”?
«La sequenza è una lunga parola di circa 30.000 lettere che contiene tutte le informazioni su come il virus funziona e può essere usata in almeno tre modi diversi. Primo, può servire a capire come il virus funziona, come infetta l’uomo e gli altri organismi. Secondo, la sequenza non è sempre identica  tra i virus Sars-CoV-2 e il confronto tra le differenze in relazione alla regione geografica da cui il virus proviene, permette di ricostruire la diffusione del virus. Terzo, il confronto con le sequenze di altri virus permette di capire quando e come si è originato Sars-CoV-2».

Ma perché proprio in Basilicata?
«Perché la Basilicata ha meno pressione per altri aspetti dato il basso numero di contagi e potrebbe contribuire alla lotta globale contro il Covid-19 donando informazioni preziose alla comunità scientifica».

Sarebbe l’unica regione a farlo?
«Non è chiaro se altre regioni stiano facendo lo stesso, sarebbe ideale coordinarsi. Le sequenze di Sars-CoV-2 pubblicamente disponibili al momento sono meno di duemila, altre  12.000 sono presenti nella banca dati Gisaid che però non è completamente pubblica. Occorre raccogliere dati per poter fare previsioni e ricostruzioni».

Quale sarebbe la ricaduta di un progetto del genere per una regione come la Basilicata?
«Questo tipo di iniziativa può essere di grande impatto sul territorio, oltre che per la comunità scientifica, perché  permette di costruire un sistema di monitoraggio, un avanzamento fondamentale per il sistema sanitario, la comunità nazionale e internazionale di ricerca e gli organismi decisionali. L’efficacia di questo sistema è legata alla tempestività della sua realizzazione che garantisce la conoscenza degli stadi precoci delle dinamiche di diffusione e mutazione/adattamento del genoma virale».

Quanto tempo ci vuole per predisporre  opportunamente il sistema?
«Se intende il sistema per la raccolta dei campioni e  il sequenziamento del genoma virale: si possono avere risultati tangibili a due mesi dall’inizio, se tutto procede senza intoppi. Alcune settimane servono per organizzare la raccolta e sequenziare e altre settimane per analizzare i dati. Una volta messa in piedi la macchina però si può procedere molto più velocemente, diciamo si può avere la sequenza dopo giorni dalla raccolta del campione».

Quanto potrebbe durare questa sperimentazione?
«Anni. Non sappiamo quanto ci vorrà per trovare una cura efficace e anche quando trovata non si può escludere una mutazione del virus che richieda altre ricerche. È una situazione complessa alla quale gli scienziati sono abituati. Ovviamente spero di sbagliarmi e spero che tutto finisca al più presto, ma in questo momento non ci sono elementi per pensare che tutto si risolverà velocemente. Inoltre questa è un’opportunità per abituarsi a nuove cose, per esempio integrare sempre di più la genomica nelle attività pratiche della sanità».

Si potrebbe procedere con le strutture e le professionalità già presenti in Basilicata o sarebbe necessario un apporto esterno?
«La progettazione e raccolta dei campioni può essere fatta interamente con le ottime professionalità e competenze presenti in Basilicata. D’altra parte tutto il progetto è nato da una discussione con Sanità Futura all’interno di uno spazio che l’associazione ha creato per discutere e agire a riguardo dell’emergenza in Basilicata.  Il sequenziamento va fatto fuori Regione perché in Basilicata non è presente un servizio di sequenziamento. Idem per l’analisi dei dati che richiede macchine di calcolo ad alte prestazioni. È tuttavia assolutamente possibile pensare di attrezzare in Basilicata  una facility di sequenziamento presso i centri che fanno la diagnosi di Covid-19 utilizzando tecnologia affidabile e a basso costo, per pochissime decine di migliaia di euro. Sarebbe interessante ed estremamente all’avanguardia».

La domanda può sembrare retorica: quanto sarebbe utile questo tipo di progetto per trovare la cura al virus?
«Non è retorica: è importante comprendere appieno l’impatto di questa iniziativa. Le faccio una domanda: è possibile secondo lei per un meccanico aggiustare una macchina senza conoscere come è fatto il motore? Conoscere la sequenza del virus serve a capire come è fatto e come cambia. Non è una cura diretta, ma fornisce le indicazioni di base per capire come il virus si è diffuso, calcolare quanto velocemente cambia nel tempo e nello spazio, costruire un vaccino efficace o trovare farmaci adatti. Insomma, la base di tutto. Questa iniziativa ha valore solo se si combina l’informazione di decine di migliaia di sequenze, per questo i risultati devono essere resi immediatamente pubblici».

E cosa c’è al momento di pubblico?
«Le sequenze di Sars-CoV-2 pubblicamente disponibili al momento sono meno di duemila, altre 12.000 sono presenti nella banca dati Gisaid che però non è completamente pubblica. Occorre raccogliere dati per poter fare previsioni e ricostruzioni».

Ha già illustrato il progetto alle autorità regionali?
«Ho avuto modo modo di discuterne con i rappresentati della Regione».

Che riscontro ha avuto?
«Si sono mostrati interessati e stanno considerando la fattibilità di questa iniziativa che potrebbe essere di grande impatto sul territorio perchè  permette di costruire un sistema di monitoraggio, un avanzamento fondamentale per il sistema sanitario e gli organismi decisionali. L’efficacia di questo sistema è legata alla tempestività della sua realizzazione che garantisce la conoscenza degli stadi precoci delle dinamiche di diffusione e mutazione/adattamento del genoma virale».

Una curiosità meno scientifica: lei vuole farlo in Basilicata anche per le sue origini lucane?
«E come nasconderlo? Certo, ma c’è un altra ragione per cui la Basilicata è ideale».

E cioè?
«Molti aspetti legati all’emergenza, come quelli medici, sono sotto controllo dato il basso numero di contagi e quindi ci sarebbe più spazio per altre iniziative».

In Basilicata l’impatto del virus è stato sicuramente minore di altre parti d’Italia. Potrebbe esserci una “particolarità lucana” nell’emergenza coronavirus?
«Chissà se magari le sequenze dei Sars-CoV-2 lucane non ci raccontino anche perché ha avuto meno contagi rispetto ad altre parti d’Italia».

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