X
<
>

Share
9 minuti per la lettura

 
Cos’hanno in comune Natalia Aspesi, Maria Laura Rodotà, Maria Latella, Lina Sotis, Isabella 
Bossi Fedrigotti e Paola Tavella? Sono giornaliste griffate. Un po’ snob. Specializzate in 
costume e società. Dotate di una spiccata sensibilità e, a tratti, di una rara raffinatezza. 
Svelte nel cogliere i vezzi quotidiani, nel canzonare i tic del maschio italico, antenne per 
captare paturnie e panegirici; ma, anche, attente a scoprire i trucchi delle rifatte 
volumetriche e mentali. Una capacità unica, la loro, nel raccontare la melassa italiana, 
nell’indugiare nelle pieghe dei sopracciò con implacabile scandaglio, nel denudare luoghi 
comuni, vizi privati e pubbliche virtù. 
Ebbene, la loro antesignana è stata la giornalista e scrittrice Irene Brin, nom de plume di 
Maria Vittoria Rossi, nata a Sasso di Bordighera nel 1914 e morta colà il 31 maggio 1969. 
Una vita puntellata da pseudonimi: nel 1934, esordendo dalle colonne del quotidiano Il 
Lavoro di Genova, scrisse prima col nickname di Mariù, cambiato successivamente in Oriane in 
omaggio al personaggio creato da Marcel Proust. E poi: Marlene, Geraldine Tron, Maria del 
Corso, Madame d’O. Amava il nome di scena, un vestito celebrale più che altro. Ancora più 
avanti i suoi articoli compariranno firmati con lo pseudonimo di Contessa Clara Ràdjanny von 
Skèwitch, personaggio che lei impersonava fingendo d’essere un’anziana aristocratica, esule 
da un non meglio precisato paese d’oltrecortina.
Oltre a possedere una penna deliziosa, si dispiegò a grandi orizzonti culturali, avendo 
avuto in dote dal Creato una vasta curiosità intellettuale che coltivava viaggiando per il 
mondo. Parlava correttamente cinque lingue. Divenne mercante d’arte dopo aver sposato, 
avendolo conosciuto in occasione di un ballo all’hotel Excelsior di Roma, Gaspero del Corso 
con il quale aprì la galleria d’arte L’Obelisco in via Sistina a Roma.  Con l’allora giovane 
ufficiale scoppiò un amore folle, durato tutta la vita e ripagato da un affiatamento totale. 
Gaspero e Irene condivisero  anche un’intensa passione per la Recherche. L’arte in genere e 
i viaggi furono il collante di un’unione da favola. A valorizzarla come giornalista di 
costume fu un altro grande mostro del giornalismo italiano, Leo Longanesi che utilizzò la 
giovane talentuosa come notista nel settimanale Omnibus.  
Fu Irene Brin a introdurre nel giornalismo italiano le cronache mondane, ohibò sempre 
stilose, schivando, a quel tempo, la banalità degli pseudo rigori del regime fascista; 
caduto il quale la Nostra trovò lavoro come commessa nella libreria d’arte La Margherita, 
coadiuvata dal marito che, sotto la falsa identità di Ottorino Maggiore, le procacciava 
libri, disegni e acquirenti. In quel periodo la coppia conobbe Renzo Vespignani, allora 
sconosciuto artista, dal quale i coniugi comprarono disegni poi rivenduti con grande 
profitto. Due veri expertise, i del Corso. Sicché, nel 1946 la Galleria l’Obelisco di 
Gaspero e Maria (pardon, Irene), divenne un luogo mitico che in breve tempo assunse un’
importanza primaria nel panorama culturale della capitale. Ma l’attività di gallerista non 
impedì a Irene di continuare a coltivare con passione l’arte di una scrittura sempre colta e 
raffinata.
Nell’immediato dopoguerra la Brin iniziò una lunga collaborazione con La Settimana Incom  
illustrata, diretta da Luigi Barzini junior, che era la versione rotocalco del più famoso 
cinegiornale del dopoguerra. Nel vergare i suoi pezzi, facendo finta di dispensare alle 
lettrici consigli di stile, portamento, vita sociale e moda, in realtà produceva dei piccoli 
pezzi letterari, carichi d’ironia e citazioni sotterranee per un pubblico dalla bocca buona. 
Un porgere brillante e leggero, a tratti caustico, mai superficiale, neppure mai sfiorato da 
un’ombra di volgarità. 
In lei non c’erano né supponenza né intellettualismo un tanto al chilo. Da qui la fama della 
Contessa Clara. Con questo viatico oltrepassò l’oceano e divenne presto famosa negli States. 
Nel 1950 conobbe Diana Vreeland, la mitica caporedattrice di Harper’s Bazaar’s, diventando 
la prima italiana a collaborare, portando sulle pagine newyorchesi le prime avvisaglie del 
Made in Italy, in un’epoca in cui il mondo della moda parlava soltanto il francese 
diplomatico e colonialista.
Irene Brin fu anche prolifica scrittrice. Questi i volumi pubblicati: Olga a Belgrado 
(Vallecchi, Firenze 1943), Usi e Costumi, 1920-1940 (Donatello de Luigi, Roma 1944), Le 
Visite (Casa Editrice Partenia, Roma 1944), Images de Lautrec (Carlo Bestetti, Edizioni d’
arte/Collezione dell’Obelisco, Roma 1947), Femmes de Lautrec (Carlo Bestetti, Edizioni d’
arte/Collezione dell’Obelisco, Roma 1954), I Segreti del Successo, (Colombo Editore, Roma 
1954), Il Galateo (Colombo Editore, Roma 1959); questi ultimi due libri firmati con lo 
pseudonimo Contessa Clara. L’editore Sellerio di Palermo ha rieditato alcuni suoi libri tra 
il 1981  e il 1994. 

 Cos’hanno in comune Natalia Aspesi, Maria Laura Rodotà, Maria Latella, Lina Sotis, Isabella 
Bossi Fedrigotti e Paola Tavella? Sono giornaliste griffate. Un po’ snob. Specializzate in 
costume e società. Dotate di una spiccata sensibilità e, a tratti, di una rara raffinatezza. 
Svelte nel cogliere i vezzi quotidiani, nel canzonare i tic del maschio italico, antenne per 
captare paturnie e panegirici; ma, anche, attente a scoprire i trucchi delle rifatte 
volumetriche e mentali. Una capacità unica, la loro, nel raccontare la melassa italiana, 
nell’indugiare nelle pieghe dei sopracciò con implacabile scandaglio, nel denudare luoghi 
comuni, vizi privati e pubbliche virtù. 

Ebbene, la loro antesignana è stata la giornalista e scrittrice Irene Brin, nom de plume di 
Maria Vittoria Rossi, nata a Sasso di Bordighera nel 1914 e morta colà il 31 maggio 1969. 
Una vita puntellata da pseudonimi: nel 1934, esordendo dalle colonne del quotidiano Il 
Lavoro di Genova, scrisse prima col nickname di Mariù, cambiato successivamente in Oriane in 
omaggio al personaggio creato da Marcel Proust. E poi: Marlene, Geraldine Tron, Maria del 
Corso, Madame d’O. Amava il nome di scena, un vestito celebrale più che altro. Ancora più 
avanti i suoi articoli compariranno firmati con lo pseudonimo di Contessa Clara Ràdjanny von 
Skèwitch, personaggio che lei impersonava fingendo d’essere un’anziana aristocratica, esule 
da un non meglio precisato paese d’oltrecortina.

Oltre a possedere una penna deliziosa, si dispiegò a grandi orizzonti culturali, avendo 
avuto in dote dal Creato una vasta curiosità intellettuale che coltivava viaggiando per il 
mondo. Parlava correttamente cinque lingue. Divenne mercante d’arte dopo aver sposato, 
avendolo conosciuto in occasione di un ballo all’hotel Excelsior di Roma, Gaspero del Corso 
con il quale aprì la galleria d’arte L’Obelisco in via Sistina a Roma.  Con l’allora giovane 
ufficiale scoppiò un amore folle, durato tutta la vita e ripagato da un affiatamento totale. 
Gaspero e Irene condivisero  anche un’intensa passione per la Recherche. L’arte in genere e 
i viaggi furono il collante di un’unione da favola. A valorizzarla come giornalista di 
costume fu un altro grande mostro del giornalismo italiano, Leo Longanesi che utilizzò la 
giovane talentuosa come notista nel settimanale Omnibus.  

Fu Irene Brin a introdurre nel giornalismo italiano le cronache mondane, ohibò sempre 
stilose, schivando, a quel tempo, la banalità degli pseudo rigori del regime fascista; 
caduto il quale la Nostra trovò lavoro come commessa nella libreria d’arte La Margherita, 
coadiuvata dal marito che, sotto la falsa identità di Ottorino Maggiore, le procacciava 
libri, disegni e acquirenti. In quel periodo la coppia conobbe Renzo Vespignani, allora 
sconosciuto artista, dal quale i coniugi comprarono disegni poi rivenduti con grande 
profitto. Due veri expertise, i del Corso. Sicché, nel 1946 la Galleria l’Obelisco di 
Gaspero e Maria (pardon, Irene), divenne un luogo mitico che in breve tempo assunse un’
importanza primaria nel panorama culturale della capitale. Ma l’attività di gallerista non 
impedì a Irene di continuare a coltivare con passione l’arte di una scrittura sempre colta e 
raffinata.Nell’immediato dopoguerra la Brin iniziò una lunga collaborazione con La Settimana Incom  
illustrata, diretta da Luigi Barzini junior, che era la versione rotocalco del più famoso 
cinegiornale del dopoguerra. Nel vergare i suoi pezzi, facendo finta di dispensare alle 
lettrici consigli di stile, portamento, vita sociale e moda, in realtà produceva dei piccoli 
pezzi letterari, carichi d’ironia e citazioni sotterranee per un pubblico dalla bocca buona. 
Un porgere brillante e leggero, a tratti caustico, mai superficiale, neppure mai sfiorato da 
un’ombra di volgarità. In lei non c’erano né supponenza né intellettualismo un tanto al chilo. Da qui la fama della 

Contessa Clara. Con questo viatico oltrepassò l’oceano e divenne presto famosa negli States. 

Nel 1950 conobbe Diana Vreeland, la mitica caporedattrice di Harper’s Bazaar’s, diventando 
la prima italiana a collaborare, portando sulle pagine newyorchesi le prime avvisaglie del 
Made in Italy, in un’epoca in cui il mondo della moda parlava soltanto il francese 
diplomatico e colonialista.Irene Brin fu anche prolifica scrittrice. Questi i volumi pubblicati: Olga a Belgrado 
(Vallecchi, Firenze 1943), Usi e Costumi, 1920-1940 (Donatello de Luigi, Roma 1944), Le 
Visite (Casa Editrice Partenia, Roma 1944), Images de Lautrec (Carlo Bestetti, Edizioni d’
arte/Collezione dell’Obelisco, Roma 1947), Femmes de Lautrec (Carlo Bestetti, Edizioni d’
arte/Collezione dell’Obelisco, Roma 1954), I Segreti del Successo, (Colombo Editore, Roma 
1954), Il Galateo (Colombo Editore, Roma 1959); questi ultimi due libri firmati con lo 
pseudonimo Contessa Clara. L’editore Sellerio di Palermo ha rieditato alcuni suoi libri tra 
il 1981  e il 1994. 

Share

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

Share
Share
EDICOLA DIGITALE