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 Impegni d’ufficio elettorale mi hanno fatto tornare a Fagnano per tre giorni. C’ero stato tornato anche due settimane fa per un reportage sui giovani che tornano a fare i vecchi mestieri (uscito sul Domenicale del Quotidiano del 17 marzo scorso). E nella noia di un seggio elettorale quasi deserto come se si fosse trattato di un referendum sconosciuto, ho ripercorso – a mente – le strade di questo paesino (dove sono cresciuto) che è poco distante da Joggi.
Se percorri le vie di Fagnano Castello, ti accorgi che qui è successo qualcosa, un tempo. Resistono i segni di un artigianato che è stato fiorente. E il numero di giovani artigiani del legno e del ferro che ancora resistono nelle botteghe che furono dei padri,  denota che qualcosa, una volta, qui ha funzionato meglio che altrove. Ed è presto detto, mi sono detto: formazione e credito, i due ingredienti fondamentali per lo sviluppo di qualunque economia.
Dal 1920 e per diversi decenni, fu attiva a Fagnano una della più prestigiose scuole d’arte della regione, quella fondata da Eduardo Barone. Il lungimirante direttore didattico della scuola elementare, visto l’esasperante tasso di abbandono scolastico – in epoca in cui i bambini erano considerati forza lavoro al pari degli adulti – decise di riportare i ragazzi tra i banchi almeno per imparare un mestiere. Con la sua iniziativa avviò decine e decine di giovani alla lavorazione del ferro e degli altri metalli, dell’argilla e soprattutto del legno, in una combinazione ben dosata di istruzione e manualità. L’esperimento ebbe un tale successo da suscitare l’attenzione del Ministero dell’educazione nazionale.
Gli ultimi di quei ragazzi di Edoardo Barone hanno ormai lasciato le loro botteghe e i loro saperi a figli o nipoti, come racconta l’esempio di Vincenzo De Rose (ma ve ne sono molti altri, tra i quali va menzionato Andrea Portella). Ma se questo piccolo centro montano è stato in passato uno dei più interessanti distretti artigiani, forse un po’ di merito a quello straordinario pedagogo va dato.
E se ancora oggi resiste un piccolo microcosmo di imprese artigiane ben strutturate, per la gran parte piantate sulle solide fondamenta dell’arte appresa a scuola, è segno che un altro imprescindibile meccanismo ha dato i suoi frutti: quello del piccolo credito cooperativo. La Cassa rurale e artigiana di Fagnano, che dal ‘94 è confluita nella Banca dei Due Mari di Terranova da Sibari, ha l’indubbio merito di aver fornito risorse finanziarie agli artigiani della zona, secondo il principio fondativo delle casse rurali. Specie a quelle attività che necessitavano di attrezzature a maggiore contenuto tecnologico.
Certo, oggi poco è rimasto dello spirito statutario di quelle banche che hanno consentito all’Italia di rialzarsi dopo due conflitti mondiali, ma vale la pena lo stesso ricordare un breve passaggio dello loro statuto per sentire che qualcosa è andato irrimediabilmente perduto.
“Nell’esercizio della sua attività la Società si ispira ai principi dell’insegnamento sociale cristiano e ai principi della mutualità senza fini di speculazione privata. Essa ha lo scopo di favorire i soci e gli appartenenti alle comunità locali nelle operazioni e nei servizi di banca, perseguendo il miglioramento delle condizioni morali, culturali ed economiche degli stessi e promuovendo lo sviluppo della cooperazione e l’educazione al risparmio e alla previdenza nonché la coesione sociale e la crescita responsabile e sostenibile del territorio nel quale opera. La Società si distingue per il proprio orientamento sociale e per la scelta di costruire il bene comune…”.
Formazione e credito. Forse proprio da qui bisognerebbe ripensare il sistema, ricominciare, per lasciarsi alle spalle una crisi che non è solo economica.

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