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“Non temerai l’irruzione del demone meridiano”  Salmo 91

Mezzogiorno, come mezzanotte e come i solstizi, è un momento critico, una porta di passaggio. Il solo momento senza ombre.
L’ora in cui agiscono le Ninfe, Pan, Diana, le Sirene. L’ora dei morti e del soprannaturale. L’ora di chi non lascia ombra sulla terra.
L’ora dell’accidia, la controra, l’ora dell’immobilità, l’ora dello smarrimento. L’ora della seduzione e dell’incantagione.
L’ora del sonno, del languore, delle tentazioni lussuriose e delle smanie erotiche.
L’ora della melanconia, dell’abbandono, dell’ammutinamento, della marcescenza, della rovina. L’ora della contemplazione. In tutto questo si pasce il demone meridiano. Lo sapevano bene i mietitori che negli infuocati mezzogiorni del raccolto levavano alto l’urlo per difendersi, con l’invocazione e lo scongiuro.
Quei mietitori erano anche restii a raccogliere l’ultimo covone, che lì dentro era lo spirito del grano appena raccolto e ucciso. Anche per quel lutto levavano l’urlo”.
 

Queste sono le parole con cui Vinicio Capossela ha presentato il concerto, che va suonando sul Monte Curcio, per La Sila suona Bee, più o mentre scrivo. Sembrano scritte per me. Che mi ci sono scontrata per caso, perché sono fuori, sono lontana e al concerto che suona per me, nel giorno del mio compleanno,  non ci sarò.

Perché io sono nata a mezzogiorno, nell’oggi di qualche anno fa.

Un concerto “nel primo pomeriggio, nel giorno dell’equinozio d’autunno, quando giorno e notte arrivano al pareggio, vuole ricordarci il mistero e la sacralità del meriggio, del tempo e delle stagioni”. In realtà quest’anno l’equinozio cade il 23 settembre, ma è questione di rivoluzioni terrestri, un particolare, una inezia su cui possiamo sorvolare.

Perché io sono nata oggi, e ho gli anni giusti per essere felice.

Ne ho tanti da non volerli dichiarare, abbastanza per sapere che avrei potuto, forse dovuto aver travalicato qualche traguardo in più.
Ho fatto ciao ciao con la manina a qualche treno, troppo pigra per prenderli.
Sono felice così. Oggi. Al netto di quello che sarà.
Sono una figlia d’inverno che odora d’estate. Sono una cicala senza cappotto per l’inverno. Ma ho More, quindi di freddo non morirò.
Io che io che amo la sottrazione, io che tolgo, elenco in negativo e ho sempre chiari in mente i non fatti, per una volta sto pensando a me in termini di addizione.
Mi sono fatta un regalo.

Perché oggi è il mio compleanno e voglio regalarmi un giorno di speranza

A venti anni avevo una vita delineata su binari di certezza (ho anche fatto in tempo a scansare un matrimonio, mandare a monte una convivenza, firmare ben due contratti di lavoro a tempo indeterminato, uno dopo l’altro eh, licenziarmi, tornare a casa e poi riandare via).
A quaranta (più), no. Precaria nei fatti e nel pensiero. In attesa. In assenza di bilanci, che a far quadrare i conti c’è sempre tempo e io sono di paese, conto le cose come le botteghe di un tempo, dove qualche debito si lasciava sempre come augurio di ritorno e nuove spese.
Una strada mi si aprirà davanti, inevitabilmente. Cioè, insomma, lo voglio ben sperare. Eh che cavolo.

Comunque oggi festeggio con un brunch. Una cosa da fighetta, in un posto fighetto.

Ah, mi regalo questo (il tentativo, almeno) che da sempre sogno di finire nella cabina di un camionista.  
(Mi sto slogando il polso a furia di scrivere grazie ai vostri auguri, mi avete fatto felice. Grazie)

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