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Quando ero studente andava molto di moda, soprattutto in architettura e semiotica, parlare di “genius loci”. Forse la moda resiste ancora; e forse è un bene. Ma non l’avevo mai capito, fino in fondo, questo concetto. Almeno fino a pochi giorni fa.
Ora, se guardo questo spicchio di terra sul quale mi è dato intervenire con gli armesi del contadino, so bene che nel suo stretto perimetro, tra la quercia grande e i timi e i rosmarini, aleggia uno spiritello arzillo e scodinzolante. È l’essenza stessa di questo posto: l’amina, se mi è consentito usare una parola poco rigorosa. E credo che lo fosse da sempre; da prima, cioè, che quello spirito si incarnasse in chi ha eletto come me questo luogo a suo buen retiro.  
Perché ora so che i luoghi esistono, per noi, e hanno il valore che hanno, solo nella misura in cui su di essi si aggirano gli spiriti di chi abbiamo amato, o semplicemente che ci hanno preceduti.
Cito Francesco Bevilacqua (autore di “Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti”. Rubbettino): «Il luogo, nel senso da noi inteso, è un spazio geografico unico ed irripetibile che, attraverso il tempo, è divenuto “storico, relazionale, identitario”, come spiega l’antropologo Marc Augé nel suo famoso saggio “Non luoghi”. Un luogo così inteso assume una sua precisa personalità o identità, capace di suscitare, in chi lo attraversi o lo osservi, emozioni, sensazioni, suggestioni non ripetibili. Viceversa, un luogo che abbia perso queste qualità – sempre per colpa delle manomissioni o delle trasformazioni indebite dell’uomo – è un mero spazio anonimo, senza più identità, senza più memoria, un “non luogo” per l’appunto».
Perciò, se vi capita di passare dal mio orto, per caso o per decisione, e vi sembra di ascoltare il muoversi di fronde o il calpestare di foglie secche, non temete: è il nume tutelare che lo abita. È un cane (o meglio: lo era); e si chiama Tirbirico.

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