L'autodemolizione sequestrata a Lamezia

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LAMEZIA TERME – Dodici condanne (per alcuni capi per gli stessi imputati è giunta l’assoluzione “perchè il fatto non costituisce reato”), un’assoluzione e un proscioglimento per un imputato nel frattempo deceduto. Questa la sentenza emessa dal giudice monocratico del Tribunale di Lamezia, Carlo Fontanazza, nei confronti dell’imputati coinvolti nell’inchiesta “Acciaio sporco”.

L’accusa quella di aver dato vita a una vera e propria organizzazione dedita al traffico illecito di rifiuti speciali anche pericolosi, che commercializzava rottami ferrosi attestandoli, fraudolentemente, come materie prime trattate. Ventuno in tutto erano state le persone coinvolte nell’inchiesta condotta dai carabinieri del Noe di Catanzaro e della compagnia di Lamezia.

La pena più alta (3 anni e 8 mesi) è stata inflitta a Francesco Palmieri; 2 anni e 8 mesi per Salvatore Cristaudo, 45 anni di Lamezia. A 2 anni (pena sospesa e non menzione) sono stati condannati: Francesco Tassone, 54 anni di Gerocarne, Valentina Rizzuto, 33 anni di Piano Lago, Giuseppe Russo, 68 anni di Lago, Giuseppe Gugliotta, 67 anni di Francavilla Angitola, Francesco Cimadoro, 38 anni di Zungri, Valentino Raso, 41 anni di Gizzeria, Giulio Raso, 65 anni di Gizzeria, Teresina Marchio, 59 anni di Lamezia, Tommaso Cuda, 66 anni di Lamezia, Umile Lanzino, 59 anni di Rende. Assolto Giancarlo Pizzuto, 46 anni di Campora San Giovanni, “perchè il fatto non costituisce reato”.

Nell’impresa Palmieri, secondo quanto emerso dalle indagini, venivano conferiti rifiuti speciali pericolosi e non da 96 aziende, 7 enti pubblici e 21 soggetti privati. Palmieri, oltre a gestire la ditta a suo nome, dedita alla commercializzazione all’ingrosso di rottami ferrosi e semplicemente autorizzata alla raccolta e trasporto di rifiuti speciali non pericolosi prodotti da terzi, era anche amministratore unico della società Ecofuturo, operante nel campo del commercio all’ingrosso di rottami ferrosi che, secondo l’accusa, sarebbe stata utilizzata come ditta trasportatrice della materia prima trattata illecitamente prodotta dall’impresa Palmieri Francesco.

Con questa attività, gli indagati dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Lamezia Terme, avrebbero ottenuto di non pagare gli oneri dovuti per lo smaltimento dei rifiuti prodotti e guadagnato sulla successiva commercializzazione del rifiuto, surrettiziamente qualificato quale trattato per l’industria siderurgica. I conferitori dei rifiuti, secondo i carabinieri, avrebbero provveduto in proprio alla raccolta ed al primo trattamento di ingenti quantitativi di rottami ferrosi che poi venivano trasferiti alla “Palmieri Francesco”.

La ditta, nonostante la mancanza delle necessarie autorizzazioni, avrebbe realizzato un vero e proprio impianto adibito al trattamento di rifiuti ed in particolare di veicoli fuori uso, parti di veicoli, rottami ferrosi. L’azienda, poi, provvedeva alla commercializzazione dei rifiuti verso imprese compiacenti individuate in Sicilia, Puglia, Basilicata e Campania. Il giudice ha anche disposto il risarcimento alle parti civili: provvisionale di 50.000 euro al Comune di Lamezia e provvisionale di 10.000 euro a Legambiente Calabria.

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