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Il collaboratore di giustizia Andrea Mantella

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LAMEZIA TERME (CATANZARO) – Una vasta rete massonica si attivava ogni volta che c’era da aggiustare un processo nei confronti di boss e gregari delle cosche di ‘ndrangheta del Vibonese. A dirlo è stato il collaboratore di giustizia Andrea Mantella, uno dei principali teste d’accusa nel processo Rinascita Scott.

Interrogato dal pm della Dda di Catanzaro Annamaria Frustaci, il collaboratore ha citato come esempio quanto accaduto dopo l’omicidio di Ferdinando Manco. «La perizia balistica sulla salma mi inchiodava all’omicidio. Rischiavamo l’ergastolo», ha detto il pentito che, dopo quel delitto, si diede alla macchia.

Nello stesso tempo chiese a suo cognato Antonio Franzè di intervenire e questi, ha proseguito Mantella, attraverso il commendatore e massone Carmelo Fuscà attivò la «rete di copertura massonica deviata» che, a detta del collaboratore, raggiunse il giudice lametino Michele Amatruda «che era vicino ai Giampà».

«Ci siamo costituiti con la promessa che non saremmo stati condannati a più di 16 anni» ha riferito Mantella raccontando che la condanna fu di 14 anni in primo grado e 12 in secondo grado. Ma l’intervento della rete di protezione non finì qui.

«Sono rimasto in carcere 8/9 anni – ha riferito – poi sono uscito grazie a Saverio Razionale (boss di San Gregorio D’Ippona, ndr) che mi consigliò di nominare quale avvocato Giancarlo Pittelli che sarebbe intervenuto sul permesso premio con il presidente del Tribunale di sorveglianza».

Mantella ha definito l’avvocato Giancarlo Pittelli «un massone clandestino in una loggia paramafiosa». Una volta uscito dal carcere Mantella non vi ha fatto più ritorno «grazie», ha detto, a Paolino Lo Bianco, figlio di Carmine “Piccinni”, capo dell’omonima cosca.

«L’ospedale – ha spiegato – sembrava una cantina sociale. Ho finto una caduta da cavallo e non sono più tornato in carcere. In effetti io sto facendo più carcere da collaboratore di giustizia di quanto ne ho fatto da mafioso».

Mantella, tre omicidi commessi quando era ancora minorenne per conto dei Lo Bianco-Barba, cosca attiva nella città di Vibo Valentia e che ai giudici ha detto «io criminale ci nacqui» ha anche raccontato la sua escalation criminale, iniziata a 12/13 anni, quando, per mettersi in mostra agli occhi della cosca Lo Bianco-Barba, telefonò ad un imprenditore dicendogli «o mi dai 30 milioni o ti faccio saltare in aria». Gesto che colpì il capocosca Carmelo Lo Bianco, alias “Piccinni”.

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