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Mario Esposito

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Regge l’alibi per il presunto killer, Esposito assolto dall’accusa di aver preso parte all’omicidio Vatalaro 35 anni fa a Crotone


CROTONE – Era a una veglia funebre mentre veniva commesso un delitto per il quale rischiava una condanna all’ergastolo. Probabilmente è questo il motivo per cui la Corte d’Assise di Catanzaro ha assolto Mario Esposito, 72enne di Isola Capo Rizzuto, imputato dell’omicidio di Giovanni Vatalaro, assassinato il 23 febbraio 1991 a Crotone da un commando che inscenò un finto posto di blocco. Il noto imprenditore, ritenuto dagli inquirenti contiguo alla cosca Arena, era accusato di aver compiuto il delitto in concorso con Francesco Papaleo, ucciso in un altro agguato di mafia nel ’94. Ma ha retto l’alibi su cui molto ha puntato il collegio difensivo, composto dagli avvocati Nico D’Ascola, Antonio Lidonnici e Tiziano Saporito.

L’ACCUSA

Vatalaro, esponente della cosca Megna di Crotone, venne fermato da due killer che, simulando un posto di blocco, gli intimarono con la paletta di accostare a bordo della strada. Dopo averlo fatto uscire dalla sua auto e averlo condotto sul retro del bagagliaio, gli spararono contro numerosi colpi di fucile e pistola all’addome, uccidendolo. A bordo c’era anche la moglie della vittima, testimone oculare. La donna si rannicchiò nel veicolo quando udì i colpi. Poi vide i killer allontanarsi su un’auto Fiat “Uno”. Non riconobbe in viso l’omicida, tanto era spaventata.

IL MOVENTE

Il movente del delitto, secondo la ricostruzione degli inquirenti avvalorata dai collaboratori di giustizia, sarebbe stata una vendetta per l’omicidio di Vittorio Cazzato, esponente di spicco della criminalità organizzata crotonese, del quale Vatalaro era ritenuto autore, almeno negli ambienti criminali. Il procedimento innescato a suo tempo contro i presunti mandanti Domenico Megna ed Egidio Cazzato, del quale Esposito era cognato, fu archiviato. Le dichiarazioni fornite da un primo gruppo di collaboratori di giustizia si erano rivelate insufficienti. Ma gli investigatori della Dia di Catanzaro esaminarono le rivelazioni di un secondo gruppo di pentiti, quelle di Giuseppe Vrenna, Vittorio Foschini e soprattutto di Luigi Bonaventura, per giustapporre i vari elementi indiziari in modo più organico.

ANNI DI PIOMBO

Erano anni di piombo. Esposito, secondo i pentiti, faceva parte del gruppo di fuoco della cosca Arena. Con parrucca e barba finti, i sicari pattugliavano il rione Fondo Gesù di Crotone armati fino ai denti alla ricerca di obiettivi della cosca avversa da eliminare. Poi Esposito si è “defilato” dagli ambienti criminali. Ma in quegli anni, stando sempre alle dichiarazioni dei pentiti, era imprenditore di giorno e killer di notte. Il pm Antimafia Pasquale Mandolfino aveva chiesto la condanna all’ergastolo.

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LA DIFESA

La difesa ha fatto leva su «due pilastri oggettivi e inconfutabili che hanno minato alla radice la prospettazione dell’accusa». Da un lato, ha evidenziato le contraddizioni tra i collaboratori di giustizia. Dall’altro, ha portato all’attenzione della Corte l’esistenza di ulteriori fonti che individuavano mandanti ed esecutori del tutto diversi. Ma, soprattutto, gli avvocati ritengono di aver dimostrato, attraverso certificazioni anagrafiche e testimonianze raccolte nel corso di indagini difensive, che la sera del 23 febbraio 1991 – nel momento esatto della consumazione del delitto  Esposito si trovava a una veglia funebre familiare. Pertanto non poteva trovarsi sul luogo dell’agguato.

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