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Carmelo Pujia

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È morto ieri a Roma, dove risiedeva da molto tempo, Carmelo Pujia, 95 anni, esponente democristiano versante andreottiano. Era stato deputato in varie legislature, sottosegretario di Stato al Tesoro e al Mezzogiorno, presidente della Provincia di Catanzaro, consigliere e assessore regionale alle Finanze e all’Agricoltura, presidente regionale del Mediocredito, membro del Cda della Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania. Una vita legata alle istituzioni calabresi, che coincidono con i destini della Calabria.

Se dovessimo dare un’immagine, Pujia fa parte a pieno titolo della rappresentazione cinematografica che Paolo Sorrentino fa ne “Il Divo”. Pujia sta in quel quadrante della corrente andreottiana. Con Evangelisti, Sbardella, Pomicino, l’inquietante Lima. Ma Pujia non vi appare come personaggio. Forse non sgomitava troppo sui giornali, mai sfiorato da inchieste giudiziarie, troppo piccola la Calabria andreottiana per essere rappresentata a tinte fosche.

Qualche anno fa è stato Marcello Furriolo, pubblicista di buona penna e di fede democristiana, ad assumersi l’onere di scrivere che nel pantheon della politica calabrese della Prima repubblica i nomi da ricordare erano quelli di Giacomo Mancini, Riccardo Misasi, Ernesto Pucci (oggi mi pare dimenticato) e proprio quello di Carmelo Pujia che definiva “un uomo dalla intelligenza non comune, con un carisma e una capacità di lavoro senza eguali, che ha dato voce alle ansie più dolenti del popolo calabrese, rivoluzionando il rapporto tra consenso e gestione del potere”.

Ho iniziato il mio revisionismo critico su Pujia dialogando con lui pubblicamente sulle pagine dei giornali quando, a margine delle celebrazioni di De Gasperi, misi sul piatto della polemica un giudizio dello storico anglosassone James Walston che in un saggio sulla Calabria aveva definito il politico calabrese come “simbolo dell’assistenzialismo, del clientelismo e del malcostume in Calabria e come tale inviso non solo all’opposizione, ma anche ai colleghi di partito”.

Pujia rispose con ferreo argomentare sulle sue ragioni, ben documentando il suo scritto. Con il senno di poi devo dire che lo storico era un marxista straniero prevenuto che nei suoi libri aveva fatto prevalere il fatto che Pujia fosse stato il principale e unico responsabile dell’assunzione di 30000 forestali dalla Regione. Tema complesso nel trattare e che oggi leggo in modo diverso rispetto alle ragioni della forestazione produttiva di cui la Calabria ha ancora oggi tanto bisogno sia per economia che per lotta al dissesto idrogeologico.

Nacque un’amicizia a distanza tra me e Pujia basata sul confronto culturale e politico. Circostanza che mi permise di recuperare molto nella ricerca e nella conoscenza della sua ricca biografia che provo a sintetizzare all’indomani della sua dipartita. Balilla fascista da ragazzino, si appassiona dopo la guerra alla lettura del “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi forgiando il suo meridionalismo.

Originario di Polia, all’epoca provincia di Catanzaro, va a studiare in collegio a Vibo Valentia, si diploma da ragioniere e diventa sottufficiale dell’esercito. A Roma sceglie di sostenere la Repubblica in opposizione al padre monarchico. Diventa democristiano e la sua formazione si compie nel partito, quando le formazioni politiche formavano classe dirigente pur non avendo la laurea. Diventerà consigliere comunale e inizia la sua folgorante ascesa.

Si occupa del sociale. Come commissario dell’Omni (un ente che si occupava di maternità e infanzia) si dedica a rendere efficienti diverse Case della madre e del bambino del Catanzarese, apre nel capoluogo un asilo neonatale, una scuola per puericultrici, un consultorio prematrimoniale. Ma fa di più. Commissiona un’indagine sulla condizione dei minori che provava il divario calabrese con il resto d’Italia. I contenuti della ricerca saranno citati da Palmiro Togliatti in un comizio a Catanzaro per dimostrare lo stato di disagio nelle nostre contrade.

Avanzando nella carriera politica non perderà il valore dell’inchiesta. Da presidente della Provincia di Catanzaro affida ai migliori accademici guidati da Augusto Placanica un’approfondita ricerca sulla Calabria che ne disamini la realtà contemporanea attraverso i suoi aspetti geografici, storici, economici e sociali. Un metodo politico oggi disintegrato dai nuovi potenti. Pujia visse da presidente della Provincia di Catanzaro i giorni convulsi della Rivolta di Reggio legata al capoluogo. Testimone istituzionale delle bombe fasciste che uccisero a Catanzaro Malacaria, ha avuto chiaro il problema della questione “le Calabrie”. Lascia scritto Pujia infatti che “il campanilismo è stato fra le cause che più danni hanno arrecato alla crescita di una Regione in passato divisa”.

Pujia a suon di voti entrerà in quella Regione con ruoli di primo piano. Organizza grandi convegni nazionali, redige con i tecnici piani di sviluppo. Punta su agricoltura e forestazione, spera nel turismo, ma l’antistorica idea industriale prevale provocando danni e blocchi. Nel 1978 lavora sulle larghe intese. Si ispira al lavoro politico di “Esprit” in Francia e promuove dialogo con i comunisti. Se ne accorge il “Giornale di Calabria” di Ardenti che pur se da sponde lontane lo sceglie come interlocutore. Fu solo tattica nella politica correntizia democristiana? Non credo.

Forse come i migliori politici calabresi di quella stagione fu troppo individualista e quindi isolato. Sconfitto nei congressi regionali, in maniera ostinata si batterà per la Legge speciale sulla Calabria in Parlamento. Il 30 gennaio del 1992, prima del sopire della Prima Repubblica, quando la Commissione Bilancio discute sul provvedimento straordinario sulla Calabria questo non viene approvato per mancanza del numero legale. Carmelo Pujia è da solo nell’aula. Preso dello sconforto si mette a piangere. Il presidente della Commissione, Beniamino Andreatta, va a rincuorarlo promettendo sostegno nella successiva legislatura. Quella del cappio dei leghisti e del populismo. La legge Calabria non avrà mai spazio.

Pujia profetizzerà le distorsioni del nuovo che avanza. Non perde la speranza di una Calabria felix. L’isolamento personale si accresce. Resta la stima di chi lo conosce in profondità. La pubblicistica lo dimentica. Ai tavoli del ristorante “Piccola Roma” aveva battagliato con le correnti, messo uomini della sanità nelle Usl, eroso il potere misasiano avverso e vincente, ma il grande sogno di una Calabria normale era franato.

Quei tempi andati meritano ancora studio. L’intervento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno, le dighe incompiute, lo stabilimento di Saline mai entrato in funzione inaugurato proprio dal suo leader Andreotti, la chimica irrisolta, il tessile predato dal Nord, il disastro siderurgico furono scelte sbagliate con molti responsabili. L’assistenzialismo era keynesismo, il dibattito pubblico lo ravvisa meglio oggi in tempo di reddito di cittadinanza, ma è certo che la politica di Pujia studiava e sceglieva. E anche gli ultimi provvedimenti come la Legge 64 hanno anche funzionato. Pujia è stato un calabrese che merita ricordo tra le luci e le ombre della Prima repubblica. Voglio anche ricordare un aspetto sensibile di Carmelo Pujia. Lo scrittore di racconti e di poesie. Una sua raccolta ha una prefazione di Nilde Jotti e una chiosa gentile e meravigliata di Guido Quaranta, firma di rango dell’Espresso.

Un democristiano atipico, Carmelo Pujia. Un ragioniere dal sentimento letterario. Una passione a latere di quella politica che è stata la sua bussola per una vita intera. Ha contribuito a modernizzare la Calabria, ma non è riuscito a farle abbandonare il ruolo di ultima regione d’Italia. In tempi di Pnrr è bene non dimenticarlo.

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