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Uno scatto di Mario Giacomelli

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Al Mabos, Museo d’Arte del Bosco della Sila, sarà presentato il docufilm di Elisabetta Longo sul viaggio calabrese del fotografo marchigiano Mario Giacomelli. Tra emigrazione, poesia e identità dimenticata


Il 3 maggio, il MABOS – Museo d’Arte del Bosco della Sila chiude l’ottava edizione di SENSE – Festival della Sila Autentica avrà un doppio appuntamento che intreccia memoria, fotografia e documentario. Il primo è l’inaugurazione di Spazio Otto, centro di documentazione multimediale dedicato a fotografia, letteratura e memoria territoriale. Lo spazio nasce come estensione della mostra permanente Camera oscura, attiva dal 2023, che espone 25 fotografie di Mario Giacomelli ispirate dai versi di Franco Costabile.

AL MABOS CON IL FOTOGRAFO MARIO GIACOMELLI


«Abbiamo sentito l’urgenza di creare un archivio che integra dispositivi multimediali e cataloghi d’arte», spiega il fondatore Mario Talarico. Spazio Otto custodisce cataloghi di Giacomelli, testi di Costabile, saggi di Strati e Alvaro, e strumenti della cultura popolare come le chitarre battenti di Ettore Castagna. Lo stesso giorno, alle ore 11, dentro Spazio Otto sarà proiettato “I sonagli verso i confini“, docufilm prodotto dal MABOS tra il 2024 e il 2025, diretto da Isabella Marino e scritto da Elisabetta Longo. Il film ricostruisce il viaggio compiuto da Giacomelli in Calabria nel 1984, indagandone le tensioni interiori e poetiche oltre che gli esiti visivi.

A dare voce alle note private del fotografo è Pierpaolo Capovilla, che trasforma il racconto in una riflessione contemporanea su emigrazione e confine. La colonna sonora è di Yosonu. Il titolo, tratto da un verso de Il canto dei nuovi emigranti di Costabile, che era molto amico con il fotografo marchigiano. Abbiamo avuto l’occasione di conoscere Elisabetta Longo e le sue parole sono preziose per conoscere ciò che ha portato alla creazioni di questo documentario.

Come nasce l’idea di realizzare un docufilm su Mario Giacomelli?


«C’era la necessità di uno strumento capace di valorizzare un nucleo fotografico importante. Vengo da tre anni di gestione del MABOS, dove conserviamo 25 fotografie della serie calabrese di Giacomelli, “Il canto dei nuovi emigranti“, e ora se ne aggiungeranno altre. Quando questo nucleo è arrivato nelle mani del fondatore del museo abbiamo avviato una collaborazione con l’Archivio Mario Giacomelli e deciso di presentarlo al pubblico con una mostra permanente. Da qui è nata la voglia di ricostruire una vicenda poco nota con tanti aspetti, cioè la committenza della Provincia di Catanzaro a Giacomelli negli anni Ottanta, oltre al rapporto con Franco Costabile e al senso di queste immagini.

Sia Giacomelli che Costabile hanno subito una sorta di ostruzionismo territoriale. La serie calabrese è rimasta tra le meno note, e la poesia di Costabile, pur cara a Ungaretti e alla cerchia dei poeti romani tra gli anni ‘50 e ‘60, è stata in parte dimenticata. Volevamo raccontare questa storia attraverso un linguaggio accessibile, soprattutto per le nuove generazioni. È stata la mia prima esperienza nel cinema perché io sono una storica dell’arte, un’avventura condivisa con Isabella Marino che ha curato la regia. Ci siamo sentite come Thelma e Louise, dalla Calabria abbiamo ripercorso al contrario il viaggio che Giacomelli aveva fatto da Senigallia, passando anche per Latina, dove oggi è conservato il suo archivio».

Che tipo di relazione avete cercato di instaurare con l’opera di Giacomelli?

«Da una parte c’è un’attenzione filologica, resa possibile grazie a Katiuscia Biondi Giacomelli, sua nipote e direttrice dell’Archivio. Con lei abbiamo esaminato moltissimi materiali legati alla serie calabrese, tra fotografie scartate, provini e duplicati. Dall’altra, abbiamo voluto indagare l’uomo e il contesto emotivo che lo ha portato a quelle immagini, ascoltando testimoni diretti come Marco Lion, suo amico caro, ed Ettore Castagna, musicista di Re Niliu ed etnomusicologo, che aveva ricevuto dal fotografo due immagini per i primi album del gruppo».

C’è anche un coinvolgimento emotivo vostro in questo percorso?


«Sì, senz’altro. Mi dedico alla poesia da diversi anni e la scrittura di Costabile è stata per me una scuola, una fonte di immagini, uno strumento di autoconsapevolezza rispetto a un’identità geografica e sociale. In qualche modo Giacomelli è diventato il pretesto per restituire dignità a un poeta dimenticato che lui stesso teneva molto a valorizzare. A questo si aggiungeva l’emozione di rapportarci a un fotografo di quella portata, arrivato fino a noi attraverso immagini di cui sentivamo di doverci prendere cura».

C’è un’immagine della serie che funziona come chiave d’accesso al film?

«Gli scatti di Badolato degli anni ‘80 sono quelli da cui siamo partite e che più ricorrono nel film. Ce n’è uno in particolare: il mezzo busto di una donna, l’unica persona ritratta da Giacomelli che siamo riuscite a rintracciare ancora in vita. Nel bianco e nero fortemente contrastato tipico di Giacomelli, la donna è vestita di una maglietta bianca che diventa quasi abbagliante, astratta. Ha lo sguardo perso, i capelli arruffati. Giacomelli l’aveva colta in un momento di riposo, appoggiata a una parete, probabilmente dopo aver portato un carico di legna. Una figura consumata dal lavoro, molto mediterranea».

Che rapporto c’era tra Giacomelli e Costabile?


«Giacomelli non era nuovo al dialogo con la poesia, lui stesso scriveva versi e aveva una propensione naturale per una fotografia capace di astrarre dalla realtà. Anche quando la serie calabrese sembra avvicinarsi al reportage, ha in realtà una struttura fortemente poetica perché procede per metafore e frammenti. Mi piace pensare che ogni fotografia sia come un verso e che l’insieme componga un vero componimento poetico. Tutti e due si sono incontrati su questo terreno. Negli appunti e nelle note vocali del fotografo sul viaggio in Calabria, raccolti in un libro, emerge con chiarezza che cercava di tradurre in immagini l’urlo di disperazione che Costabile aveva invece tradotto in parola poetica. A lui interessava fotografare la terra, non i paesaggi, la terra dei calabresi che non era più loro, i grandi vuoti lasciati dalla diaspora, di una civiltà che si stava sgretolando».

Che tipo di esperienza vorreste che lo spettatore vivesse guardando il film?

«Abbiamo frammentato una struttura classica del documentario con degli intermezzi poetici, affidati alla voce e al volto di Pierpaolo Capovilla del Teatro degli Orrori, per dare corpo a Giacomelli. Quelle note riscritte prendono forma fisicamente attraverso la sua lettura, con la sua voce molto drammatica. Ci auguriamo che il pubblico riesca anche a stabilire una corrispondenza empatica e ad entrare davvero nell’urgenza di Giacomelli e dentro quegli scatti».

Invece cosa resta in te dopo questo film?

«Restano le suggestioni del viaggio e la tensione dovuta alla responsabilità che ho sentito addosso perché per la prima volta si ricostruiva questa vicenda di Giacomelli in Calabria. C’era il tema dell’attendibilità delle fonti, ma anche quello di dover mettere mano io stessa alle sue note, quindi riscriverle senza modificarne i contenuti, portarle a una forma più compiuta. Le sue erano confidenze, appunti informali, non testi destinati alla pubblicazione. Entrare in quelle confidenze mi ha lasciato un punto di connessione molto forte con lui. C’è stato un momento di simbiosi quasi spaventoso, proprio perché carico di grande responsabilità».

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