INDICE DEI CONTENUTI
- 1 Anton Giulio Grande, il 2026 si è aperto con una lunga serie di riconoscimenti, dal mondo della moda a quello del cinema. Tra questi spicca l’Alberto Sordi Family Award. Che significato hanno per lei questi premi?
- 2 Nel corso della sua carriera ha vestito alcune delle donne più iconiche dello spettacolo italiano. Quanto conta la personalità di chi indossa un suo abito nel processo creativo?
- 3 A suo parere, cosa rende davvero indimenticabile una creazione?
- 4 L’ultima collezione è stata profondamente influenzata dall’Oriente, tra suggestioni spirituali, mistero e fascino ancestrale. Da dove nasce questa ispirazione?
- 5 Anton Giulio Grande, la cultura occupa un posto centrale nel suo percorso artistico. Non a caso ha ricevuto anche il Pegasus Literary Award…
- 6 Quanto c’è di autobiografico nei suoi abiti?
- 7 Qual è stato il sacrificio più grande che ha dovuto affrontare per realizzare i suoi sogni?
- 8 Nonostante tutto, la sua famiglia è sempre stata un punto di riferimento fondamentale…
- 9 Quando si spengono i riflettori, chi è Anton Giulio Grande?
- 10 Lei è stato premiato anche per il contributo offerto al prestigio del Made in Italy. Oggi cosa significa davvero difendere questa identità?
- 11 Nel suo percorso professionale hanno avuto un ruolo importante grandi maestri come Franco Zeffirelli. Quanto hanno inciso sulla sua formazione?
- 12 In passato ha detto che, potendo tornare indietro, seguirebbe maggiormente alcuni consigli ricevuti proprio da Zeffirelli. A cosa si riferisce?
- 13 Le piacerebbe firmare integralmente l’estetica visiva e i costumi di un film?
- 14 Oggi il suo nome è legato anche alla Calabria Film Commission, di cui è presidente. Come ha vissuto questa esperienza?
- 15 Qual è stata la sfida più grande nel promuovere la Calabria come destinazione cinematografica?
- 16 Negli ultimi anni molte personalità del cinema hanno manifestato interesse per la Calabria…
- 17 Tra le maggiori produzioni dell’ultimo anno ad aver avuto risonanza internazionale, spicca la prima stagione di Sandokan…
- 18 Dopo tutti i riconoscimenti ottenuti, cosa resta ancora da conquistare per lei?
Anton Giulio Grande, un percorso tra alta moda, cinema e cultura che racconta trent’anni di carriera, dove ogni creazione diventa autobiografia e ogni traguardo il risultato di dedizione, studio e rinuncia, dentro la visione estetica e istituzionale dello stilista calabrese.
C’è una categoria di artisti che non si limita a creare: costruisce mondi. E poi c’è Anton Giulio Grande, che quei mondi li attraversa come se fossero prolungamenti naturali della propria esistenza, senza soluzione di continuità tra esperienza e immaginazione. Lo stilista calabrese appartiene a quella ristretta cerchia di autori contemporanei che privilegiano la complessità rispetto alla semplificazione, la stratificazione all’immediatezza, la narrazione al consumo. La sua storia professionale – trent’anni di alta moda, atelier, sfilate, palcoscenici internazionali e collaborazioni con alcune delle più grandi icone della cultura e dello spettacolo – assume la forma di una composizione articolata: sequenze che si alternano, ritorni improvvisi, tensioni visive e costruzioni teatrali dell’abito e del corpo.
Grande non disegna semplicemente vestiti: li concepisce come scenografie dell’anima. Ogni creazione nasce da un’urgenza interiore, da un frammento di vita trasformato in ricamo, tessuto, forma. È un creativo che interpreta la moda come linguaggio autobiografico e il cinema come orizzonte culturale. Nel suo percorso convivono rigore e immaginazione, disciplina e sogno, radici e migrazione. Dalla Calabria al mondo, dalle accademie di formazione ai palcoscenici internazionali, Anton Giulio Grande ha costruito un’identità artistica riconoscibile e profondamente personale, in cui l’alta moda non è mai separata dall’arte, dalla pittura, dalla scultura, dalla musica, dal cinema. Le sue sfilate sono veri e propri spettacoli onirici, in cui la donna diventa figura scenica e l’abito un racconto che respira. Le sue architetture sartoriali sembrano sospese tra epoche diverse.
Oggi il suo nome non appartiene soltanto alla moda, ma si muove con la stessa autorevolezza anche nel territorio delle istituzioni culturali e del cinema, grazie al ruolo di presidente della Calabria Film Commission. Attraverso questa visione, ha contribuito a trasformare la sua terra in un set narrativo aperto al mondo, dove la Calabria non è più periferia ma centro possibile: un luogo che contiene mare, montagna, stratificazioni storiche e proiezioni future, e che si afferma come linguaggio cinematografico prima ancora che geografico.
Abbiamo intervistato Anton Giulio Grande e incontrarlo significa entrare in un universo in cui il talento non è mai disgiunto dal sacrificio, e in cui ogni successo è il risultato di una traiettoria costruita con disciplina. È il ritratto di un uomo che ha scelto di vivere dentro la bellezza anche quando la bellezza ha richiesto rinuncia e che continua a costruire il proprio percorso dentro una costante tensione progettuale.
Anton Giulio Grande, il 2026 si è aperto con una lunga serie di riconoscimenti, dal mondo della moda a quello del cinema. Tra questi spicca l’Alberto Sordi Family Award. Che significato hanno per lei questi premi?
«È un momento particolarmente felice dal punto di vista professionale e devo dire che ogni riconoscimento continua a emozionarmi profondamente. Nonostante gli anni di carriera, l’emozione rimane sempre la stessa. Quest’anno, tra l’altro, celebro ufficialmente trent’anni di attività. Considero il 1996 l’anno d’inizio del mio percorso professionale, quando debuttai nel calendario ufficiale dell’alta moda romana. In quegli anni la capitale rappresentava, insieme a Parigi, uno dei due principali poli mondiali dell’alta moda. Successivamente fui chiamato a sfilare sulla celebre scalinata di Piazza di Spagna per “Donna sotto le stelle”, una vetrina internazionale trasmessa in tutto il mondo. In questi trent’anni ho attraversato stagioni diverse, comprese quelle più difficili, cercando sempre di mantenere alta la qualità del mio lavoro.
Quando una commissione decide di assegnarti un premio significa che il messaggio che hai cercato di trasmettere è arrivato. Non si premia soltanto il talento creativo, ma anche la coerenza, la costanza, il percorso umano e professionale di una persona. Per questo ogni premio rappresenta un grande motivo di orgoglio e una conferma importante».

Nel corso della sua carriera ha vestito alcune delle donne più iconiche dello spettacolo italiano. Quanto conta la personalità di chi indossa un suo abito nel processo creativo?
«Moltissimo. La bellezza, da sola, non basta. Certamente è un dono prezioso, ma se non è accompagnata da personalità, intelligenza e carattere rischia di diventare qualcosa di statico. Ho sempre condiviso una riflessione di Giorgio Armani: un abito può colpire immediatamente quando viene indossato da una donna bellissima, ma ciò che resta davvero impresso è il fascino di una donna intelligente. La personalità è ciò che rende unico un abito. Una donna carismatica riesce a valorizzare qualsiasi creazione, mentre persino un abito straordinario può perdere forza se indossato dalla persona sbagliata. In fondo è la donna che decreta il successo di un abito. È lei a conferirgli anima, forza e identità».
A suo parere, cosa rende davvero indimenticabile una creazione?
«Prima di tutto la storia che custodisce. Dietro ogni mio abito c’è sempre un racconto, un’emozione, una sofferenza, un sentimento. Ogni creazione nasce in un preciso momento della mia vita e porta con sé il mio stato d’animo. Io mi considero prima di tutto un artista. Non utilizzo tessuti già pronti: amo trasformarli, reinventarli, arricchirli attraverso ricami realizzati a mano, lavorazioni complesse e una continua ricerca estetica. Ogni dettaglio richiede studio, progettazione e tantissime ore di lavoro. Per me una collezione non è mai un insieme casuale di abiti. Nasce sempre da una filosofia. La sfilata deve trasportare il pubblico lontano dalla quotidianità. Deve essere un’esperienza immersiva. Mi piace pensare alla passerella come a un’opera d’arte, a un film o a un balletto. Lo spettatore deve uscire portando con sé un’emozione, un ricordo».
L’ultima collezione è stata profondamente influenzata dall’Oriente, tra suggestioni spirituali, mistero e fascino ancestrale. Da dove nasce questa ispirazione?
«Sono sempre stato affascinato dalle culture orientali, dal loro senso del mistero e dalla loro straordinaria ricchezza simbolica. In questa collezione ho voluto raccontare un Oriente fatto di Maharaja, di atmosfere sospese, di donne aristocratiche avvolte in tessuti preziosi e leggerissimi. Mi affascina l’idea che esistano ancora mondi capaci di conservare una propria identità culturale. Non credo nella totale omologazione delle culture. Trovo molto più interessante lasciarsi incuriosire dalle differenze e dalle peculiarità che rendono ogni civiltà unica. L’Oriente continua ad avere per noi occidentali un’aura di mistero. È un universo che invita alla scoperta e alla contemplazione, ed è proprio questa suggestione che ho cercato di tradurre nei miei abiti».

Anton Giulio Grande, la cultura occupa un posto centrale nel suo percorso artistico. Non a caso ha ricevuto anche il Pegasus Literary Award…
«È stato un riconoscimento che mi ha fatto particolarmente piacere proprio perché premia il rapporto tra moda e cultura. Spesso la moda viene percepita come qualcosa di superficiale o esclusivamente commerciale. Io, invece, ho sempre cercato di costruire un percorso diverso, basato sullo studio, sulla conoscenza e sulla ricerca. La cultura è la fonte primaria della mia ispirazione».
Quanto c’è di autobiografico nei suoi abiti?
«Tutto. Assolutamente tutto. È una domanda che mi colpisce particolarmente perché coglie l’essenza più autentica del mio lavoro. Nei miei abiti c’è la mia vita, ci sono le mie esperienze, le mie sofferenze, i miei sogni, le mie fragilità e le mie conquiste. Ogni collezione racconta qualcosa di me. Vorrei che chi osserva o indossa una mia creazione riuscisse a percepire il sentimento che l’ha generata. Dietro ogni lavoro c’è sempre una parte di me che si racconta».
Qual è stato il sacrificio più grande che ha dovuto affrontare per realizzare i suoi sogni?
«Senza dubbio quello legato alla sfera affettiva e familiare. La mia carriera mi ha portato a vivere in città e Paesi diversi fin da giovanissimo. A diciassette anni ho lasciato la Calabria per intraprendere il mio percorso di studi e da quel momento la mia vita è stata un continuo viaggio. Ho vissuto a Firenze durante gli anni universitari, poi a New York, a Parigi, in Svizzera, a Roma, a Milano e in molte altre città. Ho trascorso gran parte della mia esistenza con una valigia sempre pronta accanto a me, inseguendo sfilate, progetti, collaborazioni e opportunità professionali. Questo mi ha permesso di costruire il percorso che desideravo e mi ha regalato soddisfazioni straordinarie, ma inevitabilmente mi ha sottratto tempo prezioso da condividere con le persone che amavo. Ho perso compleanni, festività, momenti familiari che non torneranno più. Ho rinunciato a una quotidianità che spesso diamo per scontata.
Di recente, ho perso mio padre e questo mi ha portato a riflettere ancora di più sul valore del tempo. Se tornassi indietro, cercherei un equilibrio diverso. Il lavoro mi ha dato moltissimo, mi ha consentito di realizzare i miei sogni e di costruire la mia identità professionale, ma allo stesso tempo mi ha chiesto un prezzo molto alto dal punto di vista affettivo».
Nonostante tutto, la sua famiglia è sempre stata un punto di riferimento fondamentale…
«Assolutamente sì. La mia famiglia è stata la mia ancora di salvezza, il mio rifugio sicuro. Anche quando mi trovavo dall’altra parte del mondo, sapevo di poter contare su un amore incondizionato. Era la mia coperta di Linus, il luogo in cui tornare nei momenti difficili. Mio padre e mia madre mi hanno sempre sostenuto, protetto e incoraggiato. Anche da adulto ho continuato a sentire la loro presenza costante, il loro affetto e la loro attenzione».
Quando si spengono i riflettori, chi è Anton Giulio Grande?
«Sono esattamente la stessa persona. Non esiste una distinzione tra il personaggio pubblico e l’uomo privato. Non ho mai sentito il bisogno di costruire un’immagine diversa da quella che sono realmente. Forse per chi mi osserva dall’esterno posso apparire come una persona distante, immersa esclusivamente nel lusso e nell’alta moda. In realtà sono profondamente attratto anche dalla semplicità. Apprezzo i gesti autentici, la quotidianità e le relazioni sincere».
Lei è stato premiato anche per il contributo offerto al prestigio del Made in Italy. Oggi cosa significa davvero difendere questa identità?
«Significa difendere un patrimonio straordinario che purtroppo, negli ultimi anni, è stato progressivamente indebolito. Quando ho iniziato la mia carriera, il Made in Italy rappresentava una sorta di certificazione assoluta di eccellenza. All’estero essere uno stilista italiano significava appartenere a una tradizione che tutto il mondo rispettava e ammirava. Ricordo i miei primi viaggi internazionali. Negli Emirati, in Russia e in molti altri Paesi bastava pronunciare le parole “Made in Italy” per suscitare immediatamente rispetto e ammirazione.
Oggi molte cose sono cambiate. La globalizzazione, le crisi economiche e le trasformazioni del mercato hanno spinto numerose aziende a delocalizzare la produzione o a cedere marchi storici a grandi gruppi internazionali. Molte eccellenze sono andate perdute e, soprattutto, si è progressivamente ridotto il numero di giovani artigiani disposti a intraprendere questo mestiere. Io continuo a credere profondamente nel valore dell’artigianalità italiana. Sono cresciuto accanto a grandi maestri come Micol Fontana, Fernanda Gattinoni e Franco Zeffirelli. Ho avuto il privilegio di apprendere da personalità che incarnavano l’eccellenza assoluta del Made in Italy. È una battaglia culturale prima ancora che economica».
Nel suo percorso professionale hanno avuto un ruolo importante grandi maestri come Franco Zeffirelli. Quanto hanno inciso sulla sua formazione?
«Moltissimo. Ho avuto il privilegio di incontrare Franco Zeffirelli oltre trent’anni fa, durante il mio periodo fiorentino. Ero molto giovane e lui rappresentava già una delle più alte espressioni della cultura e dell’arte italiana nel mondo. Fu il padrino di una mia sfilata a Palazzo Vecchio e da quel momento nacque un rapporto umano e professionale che ha segnato profondamente il mio percorso. Successivamente ho avuto l’opportunità di collaborare con lui come assistente costumista sia in ambito teatrale che cinematografico. È stata un’esperienza straordinaria che mi ha consentito di osservare da vicino il metodo di lavoro di uno dei più grandi registi del Novecento. Da lui ho imparato il valore della professionalità, del rigore, della serietà e della responsabilità. Ma soprattutto mi ha insegnato a riconoscere e ricercare la bellezza in ogni sua forma».
In passato ha detto che, potendo tornare indietro, seguirebbe maggiormente alcuni consigli ricevuti proprio da Zeffirelli. A cosa si riferisce?
«Franco sosteneva spesso che fossi particolarmente portato per il teatro e per il cinema. Mi diceva che, per certi aspetti, ero quasi sprecato nella moda. All’epoca ero completamente assorbito dal mondo delle passerelle. Era il mio sogno e volevo dedicarmi totalmente a quel percorso. Oggi, guardando indietro, credo che avrei potuto coltivare in parallelo entrambe le strade».
Le piacerebbe firmare integralmente l’estetica visiva e i costumi di un film?
«Assolutamente sì. Sarebbe un’esperienza che affronterei con grande entusiasmo».
Oggi il suo nome è legato anche alla Calabria Film Commission, di cui è presidente. Come ha vissuto questa esperienza?
«È stata una sfida importante e, per certi aspetti, anche complessa. All’inizio ho dovuto confrontarmi con alcuni pregiudizi. Molti mi identificavano esclusivamente come stilista e ritenevano che il mio percorso professionale non avesse un legame diretto con il cinema. In realtà il mio rapporto con il mondo audiovisivo nasce da molto lontano. Ho studiato, lavorato e frequentato quell’ambiente per anni. Con il tempo i risultati hanno dimostrato la validità del lavoro svolto e oggi la Calabria Film Commission gode di una reputazione nazionale molto positiva».
Qual è stata la sfida più grande nel promuovere la Calabria come destinazione cinematografica?
«Sicuramente superare i luoghi comuni. Per troppo tempo la Calabria è stata raccontata attraverso stereotipi che non rendono giustizia alla sua straordinaria ricchezza paesaggistica, culturale e umana. Quando i produttori arrivano qui scoprono una realtà completamente diversa da quella che immaginavano. È davvero un set a cielo aperto».
Negli ultimi anni molte personalità del cinema hanno manifestato interesse per la Calabria…
«Sì, ed è uno degli aspetti che mi rende più soddisfatto. Questo significa che il lavoro svolto sta producendo risultati concreti e che la Calabria viene finalmente percepita come un territorio capace di accogliere e sostenere produzioni di alto livello. La nostra priorità non è soltanto aumentare il numero delle opere realizzate, ma costruire un sistema solido e duraturo che continui a generare opportunità per il territorio».
Tra le maggiori produzioni dell’ultimo anno ad aver avuto risonanza internazionale, spicca la prima stagione di Sandokan…
«La serie, dopo il grande successo ottenuto, con oltre 20 milioni di telespettatori solo in Italia, è stata trasmessa in esclusiva su Rai 1 e successivamente acquisita dalle principali piattaforme audiovisive internazionali, raggiungendo un pubblico molto ampio in diversi Paesi del mondo. Questo risultato ha generato anche un’importante ricaduta produttiva, coinvolgendo numerose maestranze e professionisti del settore cinematografico».
Dopo tutti i riconoscimenti ottenuti, cosa resta ancora da conquistare per lei?
«Ogni riconoscimento, per me, è un punto di arrivo solo momentaneo. Non sono una persona che si adagia sugli allori: mi godo sicuramente il momento, ma subito dopo la mia mente è già proiettata al passo successivo. Ho un approccio quasi “bulimico” alla creatività: sento il bisogno di fare, creare, sperimentare continuamente».
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