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Gianni Speranza, ex sindaco di Lamezia Terme

Tempo di lettura 5 Minuti

NON capita di frequente di imbattersi in un libro con un titolo intrigante e felicemente ambiguo, o ambivalente se ambiguo vi sembra esagerato. Questo è il caso del libro scritto da Gianni Speranza (con Salvatore D’Elia) Una storia fuori dal Comune. Lamezia-Italia, edito da Rubbettino. È una storia fuori dal Comune perché l’autore, che è stato sindaco ininterrottamente dal 2005 al 2015, dieci interminabili lunghi anni, oggi non lo è più e quindi a ragione è una storia fuori dal Comune.

Ma se alla parola Comune la lettera C, da maiuscola diventa una c minuscola il titolo cambia completamente senso, (ecco perché è felicemente ambiguo), e diventa Storia fuori dal comune, cioè dall’ordinario, eccezionale, unica.

Un vero e proprio “caso” come lo definisce Gianfranco Manfredi nell’intervista che fa a Gianni. Ed è qui, credo, il filo interpretativo che lega l’intero volume.

Cominciamo dall’inizio per far comprendere al lettore il contesto della realtà di Lamezia Terme quando decide di candidarsi Giannetto, così continuiamo a chiamarlo noi che gli siamo amici. La città era stata teatro di orrendi fatti di sangue nel 1991. Prima due netturbini e poi il sovrintendente della polizia Salvatore Aversa e sua moglie Lucia Precenzano trovano una morte atroce che scuote la città e richiamano l’attenzione nazionale tanto che per i funerali dei coniugi Aversa arriva il presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Dopo questi fatti di sangue il Consiglio comunale fu sciolto nel 1992 e successivamente nel 2002. In un decennio viene sciolto due volte. Si capisce allora perché la sua candidatura rompa tutti gli schemi. Intanto perché la fa in un modo davvero inedito, rifiutando pubblicamente i voti della ‘ndrangheta. Qualcuno storce il naso, qualcun altro pensa che non sia il caso di esporsi così in campagna elettorale, che si rischia di perdere voti. Sbagliano. Gianni vince perché i cittadini capiscono che dopo due scioglimenti del Consiglio comunale è giunta l’ora di affidarsi a qualcuno che parla chiaro e che non è disposto a scendere a compromessi.

I malandrini, naturalmente, non sono contenti e lo fanno capire a modo loro. Non attendono neppure l’insediamento e incendiano il portone del Comune. Il messaggio è molto chiaro e Speranza lo capisce: “Qualcuno ci stava dicendo che, malgrado il risultato delle elezioni, “loro” continuavano a esserci. Non gradivano che Lamezia potesse costruire un tessuto civile e democratico, marginalizzando la criminalità”.

I guai non terminano qui. Anni dopo ci saranno l’incendio della casa dei Godino e la reazione della città con un corteo dove i giovani scout portano uno striscione con su scritto “Tra sparare e sparire, noi scegliamo di sperare” e poco dopo l’importante processo il cui protagonista è Rocco Mangiardi che ha il coraggio di portare in processo i mafiosi che gli avevano chiesta la tangente. Il racket aveva trovato sulla sua strada imprenditori coraggiosi che non si erano piegati. Inizia a fare il sindaco superando ostacoli a non finire, a cominciare dal fatto di essere sotto scorta sin dal primo giorno e di aver trovato una situazione debitoria disastrosa che è una vera e propria palla al piede.

Altra difficoltà seria: lui era sindaco, ma non aveva una maggioranza in Consiglio. La legge elettorale del tempo conteneva questa bizzarria. Eppure ha retto. Il suo è un percorso ad ostacoli in una realtà complicata e complessa come la sua città e in una regione che aveva (ed ancora ha) enormi problemi di governabilità e di buon governo. “Credo, in maniera sempre più convinta, che il tema dell’ingovernabilità riguardi drammaticamente e profondamente la Regione Calabria. Non so se anche qualche altra regione. Negli ultimi decenni da noi è cresciuta una struttura, che sarebbe del tutto limitante definire semplicemente burocratica, ma che costituisce, più precisamente, una sorta di combinàt, un’organizzazione di potere che è fortemente intersecata con gruppi economici e di affari, con logge massoniche molto spesso deviate, fino a intrecciarsi con la criminalità mafiosa”.

È un giudizio molto severo, frutto di un’esperienza decennale. Speranza rimane in carica dieci anni mentre, come ricorda Manfredi, nelle altre città calabresi i sindaci cambiano di continuo. E ciò vorrà dire pure qualcosa; ci racconta di una scuola politica che ha forgiato Gianni e gli ha dato gli strumenti di duttilità politica e di mediazione, e nel contempo di fermezza sugli ideali e sui principi; e persino sulla necessità di riconoscere i propri errori come fa, forse con un certo accanimento su se stesso. Su queste basi, e avendo il rispetto della legge e delle leggi, ha governato. Non c’è solo mafia a Lamezia, ma tante altre cose che un amministratore di una grande città deve affrontare, dai problemi dell’Asl all’aeroporto al tribunale che rischiava la chiusura a tanti tanti altri ancora. Ma è anche una città che ti dà soddisfazione, quella che osservi nel volto della gente, e riconoscimenti importanti come l’arrivo del presidente della Repubblica Napolitano e del papa Benedetto XVI.

Ma non si capirebbe il senso profondo del valore del libro se non si leggessero le pagine scritte da lui e le risposte che dà a Manfredi sul suo periodo di sindaco costellato da dissensi aperti e sotterranei che venivano all’interno del suo partito, i Ds, del Pd a cui lui non ha aderito e del suo gruppo consiliare. Sono pagine amare per un comportamento che questi partiti riservano ad un uomo che, contro tutte le aspettative e le evidenze, riesce ad essere amato dai cittadini che lo sostengono e lo votano per due volte consecutivamente.

In questa vicenda, che non si conclude con la fine del mandato di sindaco ma che ha una coda amarissima nella vicenda delle regionali del 2014, si può leggere la crisi dei partiti di sinistra, vecchi e nuovi, e si capisce meglio perché sono in crisi fino al punto di essere evanescenti, senza un’anima e una prospettiva visibile e condivisibile. Il fatto che lui, terminata l’esperienza di sindaco, non sia stato più utilizzato in nessuna esperienza istituzionale o di partito è la prova migliore che le difficoltà della sinistra sono più serie di quanto si possa immaginare.

Privarsi di un uomo con la sua storia politica e le sue capacità amministrative è più di un errore! Ed è su questo che bisognerebbe riflettere visto che in autunno si voterà per il rinnovo del Consiglio regionale, elezioni importanti che la sinistra potrebbe anche vincere se avesse il coraggio di un colpo d’ala per tagliare radicalmente con modo di far politica che ha prodotto frutti avvelenati. Questo libro può aiutare a discutere.

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