X
<
>

9 minuti per la lettura

Magarìa, il nuovo album di Eman in uscita l’11 giugno per Mazinga Dischi, è un viaggio in otto capitoli dentro le crepe dell’animo e del presente. Ogni brano diventa una soglia emotiva tra dolore, amore, paure, speranza.


CATANZARO – Non è un album che consola. Non è un album che rassicura. È un album che resta. Nelle ossa. Nelle crepe. Nei luoghi dove il dolore non è più ferita e diventa linguaggio. Viviamo nell’epoca dell’anestesia emotiva. Scorriamo guerre con il pollice, archiviamo tragedie in quindici secondi, riempiamo il vuoto con il rumore. In questo tempo che accelera e distrae, Eman va controcorrente: rallenta. In un mondo che corre, si ferma. In una contemporaneità che trasforma tutto in contenuto, sceglie ancora di fare arte.

Magarìa: il nuovo album di Eman

Esistono album che raccontano una storia. E poi esistono dischi che nascono da una pressione interna che diventa inevitabile, fino a trasformarsi in voce. “Magarìa”, il nuovo lavoro del cantautore calabrese in uscita l’11 giugno per Mazinga Dischi, appartiene a questa seconda categoria. Non cerca consenso. Non insegue algoritmi. Non si piega alla grammatica della superficie. Scava. Dentro le relazioni, dentro le paure, dentro le contraddizioni individuali e collettive di un’epoca che sembra aver smarrito il contatto con la profondità. E scavando, trova qualcosa che oggi ha il peso di una forma di resistenza: la verità. Non quella assoluta. Non quella ideologica. Ma la verità fragile, instabile, contraddittoria di un essere umano che tenta di restare dentro il proprio tempo senza smettere di interrogarlo.

Ci hanno insegnato a essere performanti persino nel dolore: guarire in fretta, sorridere senza troppi indugi, ricominciare subito. Poi, arriva “Magarìa”. E questo meccanismo si incrina. Otto brani che si dispongono come capitoli di un’unica traiettoria emotiva: sofferenza, amore, rabbia, disillusione, appartenenza, speranza. Un viaggio che parte dall’intimità e si allarga fino a diventare riflessione sociale, fotografia spietata di una contemporaneità in cui l’indifferenza rischia di diventare linguaggio condiviso.

Magarìa: nelle radici calabresi, il titolo porta con sé l’eco dell’incanto e della condanna

La sensazione è immediata: non c’è alcuna volontà di restare in superficie. Nessuna frase costruita per diventare citazione social. C’è un uomo che entra nel fango. E non cerca di uscirne pulito. Perché Magarìa non nasce dal bisogno di raccontare qualcosa, ma dal bisogno di restarci dentro. La parola che dà il titolo al disco appartiene al Sud, ma prima ancora appartiene all’anima. Contiene il desiderio e l’impossibile, la nostalgia e la speranza, la preghiera e la maledizione. È ciò che resta sospeso tra ciò che vorremmo dire e ciò che rimane in gola, tra ciò che potrebbe essere e ciò che non sarà mai. È lì che il disco prende forma.

Luce dalle crepe

L’«animale che dorme dentro» diventa metafora delle inquietudini, delle ossessioni e delle pulsioni che abitano ciascuno di noi. Una presenza costante che divora e alimenta al tempo stesso. Eppure, proprio da quella lotta interiore nasce la luce. Il cuore di Magarìa pulsa già dentro “Luce dalle crepe”, uno dei brani più disarmanti scritti da Eman.

«A questo punto dovrei confessare: io non so come si scappa dal dolore». È una frase che non apre una riflessione. La chiude. Perché smonta in un attimo l’intero linguaggio della resilienza obbligatoria. Non c’è nessuna lezione. Non c’è nessun guru. Non c’è nessuna via d’uscita. Qui non esistono maestri, né scorciatoie, né strategie di salvezza. Esiste solo un dato essenziale: il dolore non si supera. Si attraversa.

L’animale che “dorme dentro” e che “mangia e beve” non è soltanto un’immagine poetica. È la fame primordiale che ci accompagna per tutta la vita. La parte oscura che pretende attenzione. Il vuoto che continua a reclamare spazio. Eman non combatte quell’animale. Lo riconosce. Lo lascia esistere. Ed è proprio da questa resa che nasce la luce. Non la luce dei vincenti. La luce di chi continua a camminare pur sapendo che non esiste alcuna garanzia di sopravvivenza. «Dalle crepe entra la luce», scriveva Leonard Cohen. Eman compie un passo ulteriore. Da quelle crepe, lui, la luce la fa sanguinare.

La peste

Con “La peste”, il disco cambia asse. Non è più il dolore a essere centrale, ma la sua rimozione. Perché la peste evocata da Eman non è una calamità. È l’abitudine, il sonno, la distrazione permanente. «Quando è arrivata la peste come sempre dormivo e non mi sono accorto di niente». In questa frase c’è il tempo presente nella sua forma più nuda: la vita che accade mentre non la stiamo guardando. Relazioni che si consumano. Legami che si allentano. Mondi che si sfaldano senza che nessuno riesca davvero a fermarsi. La peste è ciò che passa mentre crediamo di essere altrove. È il momento in cui smettiamo di sentire, il punto esatto in cui la vita continua a chiamarci e noi non rispondiamo.

Nel brano torna continuamente il fantasma del passato, ma non come nostalgia. È un processo, una resa dei conti. Eman osserva tutto quello che è stato e rifiuta la tentazione più diffusa della nostra epoca: assolversi. Non cerca colpevoli. Non costruisce alibi. Accetta il peso delle proprie responsabilità. Lo trattiene. E proprio per questo riemerge il desiderio delle ali: non come fuga. Solo chi riconosce la propria caduta può immaginare davvero il volo.

Barricate

Poi arriva “Barricate”. Ed è qui che il disco esplode. Perché quella che all’apparenza sembra una canzone politica è in realtà una delle più potenti canzoni d’amore scritte negli ultimi anni. Non l’amore romantico. Non l’amore individuale. L’amore per gli esseri umani. Per la loro ostinazione. Per la loro capacità di resistere. Eman osserva un mondo devastato dall’indifferenza. La guerra trasformata in dibattito televisivo. La miseria trasformata in statistica. Le persone trasformate in target. La sofferenza trasformata in contenuto. Eppure nel mezzo di questo paesaggio disumano accade qualcosa.

«Piovono fiori sulle braccia alzate». È una visione. Quasi un’apparizione. Perché mentre tutto sembra cedere al cinismo, Eman continua a cercare il punto esatto in cui l’umanità si salva. Lo trova nelle piazze. Nella rabbia condivisa. Nella gente che corre. Nei bambini che indicano. In quell’uomo che resta dritto dentro il fuoco. La figura centrale di Barricate non è il rivoluzionario. È colui che non arretra, non si piega. Colui che continua a ballare mentre il mondo brucia.

Il coraggio più grande in “Magarìa” è non guarire

La grandezza di Magarìa sta probabilmente nel rifiuto della guarigione come obbligo morale. Eman non canta la rinascita come una favola. Non promette felicità. Non promette redenzione. Racconta qualcosa di molto più complesso: la possibilità di convivere con le proprie ferite senza trasformarle in prigioni, di abitare il dubbio senza esserne divorati, di restare umani in una società che ci vorrebbe efficienti, veloci, distratti e consumabili. In un panorama musicale spesso schiacciato dall’urgenza di apparire, Magarìa invece tocca nervi scoperti. E quando finisce non lascia addosso la sensazione di aver ascoltato un disco, ma quella fame irriducibile di luce che continua a sopravvivere in ciascuno di noi, anche quando il mondo sembra aver dimenticato come si fa a guardare il sole.

Magarìa: la ferita impara a parlare

Magarìa non è una canzone: è una soglia che brucia. Qui Eman non descrive più il dolore: lo chiama per nome e lo tiene fermo, corpo contro corpo, come si trattiene qualcosa che sta per dissolversi. Tutto nasce da una legge antica e spietata: ogni terra benedetta porta dentro il suo seme maledetto. Non esiste approdo senza perdita. Non esiste luce senza contraccolpo. Poi arriva il dialetto, e la ferita cambia pelle. «Cca, ti tegnu strittu, cora a cora, anima mia» non è una frase d’amore: è una presa alla gola del tempo. È il tentativo primordiale di non lasciare andare ciò che sta già svanendo. L’amore stringe. Pesa. Sprofonda nel petto come qualcosa che non smette di crescere anche mentre fa male.

«Nu dulura chiantatu ’nta stu pettu»: non c’è metafora, c’è radice. Il sentimento non passa attraverso il corpo, lo occupa. E la dolcezza, «ducia comu u meli», è inganno luminoso, veleno lento travestito da carezza. La magarìa non libera: incatena con grazia. È la forma più raffinata del legame, quella che si fa desiderare mentre ti tiene fermo. È qui che il brano smette di essere umano e diventa mitologico.

«Una Persefone di guardia» non è un’immagine: è una condanna. È il punto in cui ogni amore smette di appartenere al presente e comincia a vivere sotto terra, tra ciò che ritorna e ciò che non può tornare più. Tutto è passaggio, tutto è soglia, tutto è transito che non si chiude mai davvero. I ricordi «volano come falene», e già nel loro volo c’è la promessa della loro fine.

Il titolo Magarìa

Carne e cuore non sono più distinti: ricevono lo stesso morso. E quando arriva la luna, invocata come una divinità stanca, «Luna, luna non addemurara», il brano chiede presenza. Restare svegli, anche mentre tutto dorme. Restare accesi, anche mentre tutto si spegne. E poi la chiusura, che è una fenditura aperta nella carne del disco: «’na fiamma fridda, ’na Magarìa». Qui il titolo si rivela per quello che è davvero: non un incanto, ma una combustione che non esplode mai del tutto. Una fiamma che non illumina e non consuma fino in fondo, ma resta sotto pelle come una febbre senza guarigione. Magarìa trasforma la dolcezza in ferita lucida, e la ferita in unica forma possibile di verità.

Magarìa: il disco della maturità artistica di Eman

Prodotto, arrangiato, registrato, mixato e masterizzato da Ivan A. Rossi tra l’8brr.rec Studio e Sartoria57 di Milano, Magarìa rappresenta probabilmente il punto più alto del percorso artistico di Eman. L’indie, il rock alternativo e il cantautorato si fondono in una scrittura che non teme la complessità. E soprattutto non ha paura della fragilità. Perché il vero tema del disco, alla fine, è proprio questo. La fragilità come forma di resistenza. La vulnerabilità come atto politico. L’umanità come ultimo spazio di libertà.

“Magarìa” prenderà vita in una serie di appuntamenti che non saranno semplici presentazioni, ma veri e propri passaggi nell’universo del disco. Incontri ravvicinati tra musica, territorio e pubblico, nel cuore della Calabria:

  • 13 giugno: Piazza Africa, Steccato di Cutro (KR);
  • 14 giugno: Pacifico, Soverato (CZ);
  • 12 luglio: Maledetta Primavera, Botricello (CZ).

Tre tappe che disegnano una traiettoria precisa: dal mare alle piazze, dalla costa allo spazio condiviso della musica suonata, dove le canzoni del cantautore calabrese diventano presenza, corpo, voce.

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

SFOGLIA