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ALCUNI giorni fa papa Francesco in visita ad un centro per immigrati a Roma ha detto: «I conventi non debbono restare chiusi, ma aperti per chi ne ha bisogno», Un’affermazione forte, un monito a guardare sempre di più a chi, per varie ragioni, è rimasto indietro. Pensando alle parole di Bergoglio mi sono venuti in mente due casi di conventi cosentini. Il primo quello della Riforma dei padri Cappuccini, che hanno dato in comodato gratuito un’intera ala all’Associazione De Maria che ospita i familiari dei degenti presso l’Annunziata. Un modo per stare accanto a chi in un determinato momento è nel bisogno, quasi un gesto profetico prima delle parole di papa Francesco. 

Ma poi ho pensato che esiste un altro complesso religioso, a poche centinaia di metri: il grande istituto delle Canossiane. Vuoto, chiuso, dopo il crollo di un pezzo di mura di cinta. Eppure le Canossiane hanno avuto con Cosenza un bellissimo rapporto. Giunte in città il 30 marzo 1897, chiamate da monsignor Raffaele Parise, rettore del Seminario e parroco della Cattedrale e volute da monsignor Camillo Sorgente, per l’assistenza alla dottrina parrocchiale e le Scuole di Carità, opere proprie della vocazione canossiana, come voleva la fondatrice Maddalena di Canossa. 

A Cosenza prima nel loro istituto alla Garrubba (venduto nel 1975 alla Provincia) e dagli anni 40 su viale della Repubblica, trovarono terreno fertile per il loro grande sviluppo, sia come collegio, che come scuole private dalla materna alle Magistrali. Ora lo stabile è vuoto in attesa di essere venduto. Chissà se il monito pontificio farà sì che quel luogo si possa riaprire per ospitare nuovamente opere di carità.

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