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La voce di una bambina intrappolata sotto le bombe a Gaza diventa il grido di un popolo e della nostra umanità ferita.


Sono le 13:30 del 29 Gennaio 2024 a Tel al-Hawa quando alla Mezzaluna Rossa palestinese arriva una chiamata di emergenza: una ragazza di 15 anni si ritrova bloccata all’interno di un veicolo oggetto di sparatoria. Chiede aiuto, cerca di spiegare la situazione ma tutto è inutile. La linea cade sotto il rumore degli spari. Il silenzio sembra dominare a seguito della tragedia appena vissuta. L’operatore del centralino, Omar A. Alqam, appende al suo sportello un’immagine senza volto e senza nome per la persona che non è riuscito a salvare. Eppure a fare rumore è la voce della piccola Hind Rajab, una bambina di quasi 6 anni che nel boato della guerra raccoglie il suo coraggio e prende il posto di sua cugina, Liyan Hamada, la vittima della telefonata precedente.

Questo è solo l’inizio di una storia vera racchiusa all’interno di una pellicola dalla durata di 89 minuti. “La voce di Hind Rajab” è un film diretto sotto la regia di Kaouther Ben Hania con la partecipazione del cast composto da Saja Kilani, Amer Hlehel, Clara Khoury, Motaz Malhees presentato e insignito del Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il lungometraggio tocca i cuori del pubblico che hanno la possibilità di udire le registrazioni autentiche delle conversazioni telefoniche avute quel giorno.

Si sente Hanood (il soprannome della piccola) descrivere la situazione davanti ai suoi occhi con Liyan, i suoi zii e altri suoi cugini che “dormono” accanto a lei nell’auto sporchi di sangue e, nonostante la sua giovane età, riuscire a dare le coordinate per la sua posizione. «Venite a prendermi» continua a ripetere mentre si cerca di creare un corridoio sicuro per permettere all’ambulanza, distante solo 8 minuti dal luogo, di poter arrivare e soccorrerla. L’operatrice in carica, Rana Hasan Faqih, cerca di calmarla e di mantenere il contatto fin quando non sarà tutto finito. Gli attimi di silenzio tra una domanda e l’attesa della risposta sono determinanti e non fanno altro che accrescere la paura e il peso dell’impotenza.

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La voce che resta

«Il carro armato è vicino a me» afferma, sebbene gli unici carri armati che si dovrebbero conoscere a 6 anni siano quelli giocattolo.

«Che ore sono? È buio fuori» dichiara «ho paura». Il via libera per il corridoio di sicurezza arriva solo verso il tramontare del sole. La Mezzaluna Rossa segue l’operazione ma proprio quando mancava poco a salvarla, l’esercito israeliano interviene sull’ambulanza bombardandola e sparando sull’auto più di 300 colpi. Dopo questo, sono le lacrime a diventare protagoniste sulla scena.

Hind Rajab perde la vita a Tel al-Hawa il 29 Gennaio 2024.

E, come lei, migliaia di bambini sono morti senza conoscere altro al di fuori della guerra. Senza conoscere vita, solo sopravvivenza. Senza incontrare il futuro, mentre hanno vissuto un presente con il fantasma del passato ad ogni bomba scoppiata. L’obiettivo del film risiede nel raccontare e denunciare il genocidio in corso a Gaza e ricordare che questa è solo una delle tante storie che accadono tutti i giorni alla Mezzaluna Rossa palestinese. Rammenta di non chiudere le orecchie del cuore, ma di sentire e non ignorare. Si tratta di umanità, di agire in quanto esseri umani. Forse, è anche per tale motivo che di fronte alle immagini reali dei fatti riportate negli ultimi istanti della pellicola, il pubblico in sala ha deciso di offrire una standing ovation di oltre 20 minuti, la più lunga del Festival. In fondo, come ha affermato Saja Kilani, «la nostra unità è la nostra umanità».

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