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COSENZA – Più o meno ad ogni grossa indagine sulla criminalità corrisponde – da anni – la scoperta da parte degli investigatori di un nuovo metodo adottato dagli indagati per eludere le tanto temute intercettazioni. Tutte, da quelle tradizionali (telefoniche e ambientali) a quelle di ultima generazione (rese possibili da espedienti informatici che si insinuano in posta elettronica, Pc e smartphone).

Si è letto di tutto, negli ultimi anni. In qualche inchiesta sono state documentate le attività di “bonifica” di auto e locali da microspie da parte delle persone sottoposte a indagini, talune addirittura fotografate mentre con gli appositi aggeggi elettronici cercavano microspie nei punti più nascosti delle loro autovetture.

Operazione Sistema Cosenza, il metodo dei “citofoni” per eludere le intercettazioni

Nell’inchiesta che ha portato all’operazione Reset contro la “confederazione” di clan di Cosenza e hinterland è stato scoperto dagli investigatori un altro stratagemma per eludere (evidentemente con scarsi risultati) le intercettazioni telefoniche. Si tratta del metodo dei cosiddetti “citofoni”. Gli investigatori hanno scoperto che personaggi ritenuti di maggiore spessore del clan Lanzino-Ruà-Patitucci per comunicare tra di loro utilizzavano sim telefoniche intestate ad altre persone (stranieri e in alcuni casi anche deceduti), schede attivate da negozi di telefonia compiacenti.

Le sim venivano utilizzate con telefonini di vecchia generazione (GSM), che, non avendo connessione dati, sono stati ritenuti più sicuri dagli indagati poiché indenni da ogni forma di captazione telematica attraverso malware del tipo “trojan”.

I “citofoni”, poi, si caratterizzavano, secondo le ricostruzioni investigative, per l’utilizzo nell’ambito di una ristretta cerchia di persone ritenute affiliate al clan. Le schede venivano acquistate viceversa in quantità in modo da poter essere sostituite spesso ed essere utilizzate quasi come usa e getta. Il frequente cambio di numero (e di sim), insomma, avrebbe dovuto ridurre il rischio di essere intercettati.

Così non è stato, almeno per quello che è emerso, perché la polizia giudiziaria, una volta approfondito il sospetto è riuscita a ricostruire il sistema, arrivando a monitorare le utenze e a identificare la stretta cerchia di utilizzatori dei “citofoni” anche attraverso servizi di appostamento nei luoghi nei quali gli indagati si davano appuntamento.

Naturalmente, quello dei “citofoni” è solo un capitolo per così dire curioso dell’attività di intercettazione di contatti e conversazioni tra indagati dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia catanzarese.

Con l’agente captatore il telefono diventa un microfono

Nelle migliaia di pagine che danno conto dell’attività investigative ci sono trascrizioni, dunque, di conversazioni telefoniche, telematiche, ambientali. Telematiche anche perché risultava l’utilizzo di termini convenzionali e il rimando delle comunicazioni tra indagati su piattaforme web (Whatsapp, Social…). Sono state effettuate intercettazioni telematiche attive e passive, per captare conversazioni tra presenti, attraverso l’inoculazione di un cosiddetto “agente captatore” direttamente sul dispositivo telefonico.

Una diavoleria che consente di utilizzare (per chi spia) il telefono dello spiato come un microfono, anche quando il telefono non è utilizzato per una chiamata. Un orecchio lungo degli investigatori che ha accompagnato molti indagati per lungo tempo, ovunque andassero, in luoghi aperti e chiusi.

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