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Donato Bergamini, il calciatore del Cosenza morto nel 1989

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Sarebbero necessarie indagini radiologiche sul corpo del centrocampista per riaprire il caso sulla sua morte

CASTROVILLARI (COSENZA) – Sono passati quasi otto mesi dalla richiesta presentata dalla famiglia ferrarese per il caso di Denis Bergamini, il calciatore del Cosenza morto il pomeriggio del 18 novembre 1989 sulla statale 106 jonica all’altezza di Roseto Capo Spulico. E nella procura di Castrovillari si sta ancora lavorando per giungere alle conclusioni necessarie a sciogliere le riserve e presentare (o rinunciare) la formale richiesta al giudice per le indagini preliminari. E si tratta di un lavoro complicato e rallentato dalla carenza di magistrati attivi nell’ufficio diretta dal procuratore capo Eugenio Facciolla e dal fatto che si tratta di attività, per così dire, extragiudiziarie visto che ancora l’inchiesta non è aperta: lo sarà solo all’esito di questo lavoro di “considerazioni” e dopo che il gip di Castrovillari (diverso da quello che un anno fa ha archiviato la precedente indagine) accoglierà l’eventuale richiesta di riapertura presentata dalla procura.

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Cosa si stia facendo negli uffici dell’ultimo piano del palazzo di giustizia del Pollino non è possibile renderlo noto. L’ipotesi che sembra avere maggiore credito è quella di un necessario ricorso a indagini di tipo radiologico sullo scheletro del centrocampista ferrarese morto a 27 anni in quello che per la giudiziaria resta – nonostante tre inchieste – un suicidio (lanciandosi sotto un camion). E per questo è necessaria la riesumazione del corpo. Che le uniche novità sostanziali in merito al quadro lesivo riportate dal corpo di Denis possano arrivare dalla diagnostica per immagini lo avevano già detto i periti nominati dalla procura di Castrovillari all’apertura della precedente indagine – quella del 2011, chiusa poi con l’archiviazione – ovvero Roberto Testi, professore di medicina legale e criminalistica all’Università di Torino e il professor Giorgio Bolino, medico legale presso Sapienza Università di Roma. E non è un caso che l’avvocato della famiglia, Fabio Anselmo, nella sua istanza abbia proprio fatto richiesta di «determinare l’esatta descrizione e oggettivazione delle lesioni scheletriche nel cadavere di Bergamini».

«Una più analitica evidenziazione delle lesioni ossee – hanno scritto Testi e Bolino nella loro relazione – si sarebbe giovata dell’esecuzione (all’epoca dell’autopsia) di un’indagine radiografica cadaverica ed anche attualmente tale valutazione sarebbe forse utilmente possibile – nonostante il lungo lasso di tempo dalla morte – mediante esame Tc del cadavere. Come l’esperienza insegna – aggiungono i due medici legali – anche quando apparentemente dotata di pochissime probabilità di successo, può permettere di osservare ancora dettagli sorprendenti. Soprattutto la riesumazione di un cadavere che ormai, con grande probabilità, è completamente scheletrizzato o quasi, potrebbe permettere un completo studio del complesso fratturativo cha ha interessato il bacino, sia mediante l’esecuzione di una Tac sia come esame diretto, potendosi così meglio valutare le diverse modalità con le quali lo pneumatico del camion può avere agito sul corpo del Bergamini».

Per il resto, poco altro si può fare, dal punto di vista medico-legale, per sgombrare dall’incertezza quel quadro probatorio che non ha convinto i magistrati titolare della precedente inchiesta a chiedere il giudizio per i due indagati: l’ex fidanzata di Denis, che era con lui al momento della morte, e l’autista del camion che lo ha travolto. Perché, lo ricordiamo, tutta l’indagine precedente – nonostante le risultanze dei carabinieri del Ris di Messina e dei medici legali – è arrivata alla sconfortante conclusione che «le caratteristiche del complesso lesivo, seppur con tutte le cautele che la peculiarità del caso impone, portano a ritenere maggiormente plausibile che al momento dell’investimento Donato Bergamini fosse già deceduto o in condizioni di ridotta vitalità».Con presenza di sofferenza polmonare (soffocato con un sacchetto di plastica?). «Ma tale valutazione non è però proponibile in termini di certezza».

Da qui, ne discende l’inopportunità da parte della procura di condurre un processo eventuali imputati e, soprattutto, di proseguire con indagini per la ricerca degli autori, delle modalità esecutive e del movente. Ma Eugenio Facciolla è intenzionato ad arrivare a qualche certezza in più per dare un po’ di verità a una famiglia di Ferrara. E perciò la riesumazione si fa assai probabile.

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