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I manifesti affissi a Cosenza

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COSENZA – Slogan contro gli avvocati e sarcasmo sui collaboratori di giustizia. Sono di questo tenore i messaggi apparsi su centinaia di manifestini affissi ieri, tra mezzanotte e l’una, in diverse zone del centro città e dell’hinterland, compresa la redazione del Quotidiano, la sede Rai e quella della Gazzetta del Sud. Particolarmente colpito il Tribunale, interamente tappezzato dai fogli A3 poi rimossi in mattinata dagli addetti alla sorveglianza. Non è un caso che il bersaglio principale degli attacchini – almeno per ora anonimi – fosse proprio il palazzo di giustizia: è lì, infatti, che da circa un anno si celebra tra alti e bassi il processo contro il gruppo di Serra Spiga sotto accusa di traffico di droga.

L’inchiesta, alla quale è stato assegnato il nome in codice “Apocalisse”, segna il coinvolgimento di ventina di persone, quasi tutte detenute ai domiciliari, tra cui spicca il presunto capobanda Marco Perna, figlio dello storico boss Franco. Alti e bassi dicevamo, anche perché alla tensione che si respira in aula si aggiunge ora questa campagna di manifesti sintomatica di un clima. Rappresentativa in tal senso è stata l’ultima udienza, anticipata dalla decisione di un’avanguardia di imputati, Perna in primis, di procedere alla revoca dei rispettivi difensori.

Alla successiva e seppur parziale retromarcia operata in aula, ha fatto seguito anche una richiesta di rinvio dei lavori avanzata ancora da Perna per motivi di salute, che ha innescato la reazione della pubblica accusa. Non a caso, il pubblico ministero della Dda, Domenico Assumma, ha chiesto ai giudici di non concedere, in caso di condanna, alcuna attenuante generica ai protagonisti di tali condotte processuali, a suo avviso, sopra le righe.

Tensioni, dunque, generate anche da un evento verificatosi alcuni mesi addietro: il pentimento di un membro del gruppo, Luca Pellicori, salutato in modo decisamente polemico dai suoi ex compagni. Uno di loro, addirittura, ha pensato di contrastarlo pubblicando sul canale Youtube brani di conversazioni tra il pentito e la moglie allegati agli atti del processo, circostanza che ha fatto lamentare allo stesso collaboratore di giustizia «un tentativo di delegittimazione» ai suoi danni. E infine i manifestini di ieri, ancora da inquadrare sia in termini di significato che di responsabilità. Su quest’ultimo aspetto, la Squadra Mobile ha provveduto ad acquisire i filmati della videosorveglianza per poter così risalire agli autori delle affissioni.

L’idea è che a operare sia stato un numero cospicuo di persone entrate in azione quasi in modo simultaneo. Nel frattempo, la Procura ha aperto un’inchiesta, affidata al pm Giuseppe Visconti, in cui si ipotizza il reato di minacce.

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