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Giovanni Losardo

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Appello del procuratore Fiordalisi: «Se sapete qualcosa, ditelo»; Il figlio Raffaele: «Delitto nato tra poteri legali e illegali»; la Procura di Paola riapre il caso Losardo. Sarà un fascicolo nuovo, contro ignoti


«Ho deciso di riaprire il caso dell’omicidio di Giannino Losardo». Il procuratore di Paola Domenico Fiordalisi scandisce le parole mentre pronuncia la storica affermazione. «Sarà ovviamente un fascicolo nuovo, contro ignoti. Ed è ovvio che non potremo inquisire chi è già stato assolto per questo delitto. Ma ci sono molte cose che si possono fare, ci sono piste da battere, persone da sentire. E questa volta mi sento di lanciare un appello alla cittadinanza a collaborare, a raccontarci qualunque cosa utile a ricostruire la verità: fatti, circostanze, collegamenti con altri delitti. Qualche sera fa, a “Chi l’ha visto” abbiamo sentito la voce emozionata del figlio Raffaele. Credo che tutti gli dobbiamo qualcosa. La mia Procura ha deciso di provare a dargli una risposta».

Il procuratore Fiordalisi ha molti elementi da cui partire: una quantità enorme di carte, documenti, interrogatori. Ma anche libri, materiali giornalistici (come gli articoli della nostra Luciana De Luca), docufilm come “Chi ha ucciso Giovanni Losardo” di Giulia Zanfino presentato l’anno scorso a Cetraro che ricostruisce l’omicidio e pone molte domande. Qualcosa potrebbe arrivare anche dal recentissimo ritrovamento ad Acquappesa di un arsenale di 35 armi (pistole, fucili, mitra). Armi e munizioni che andranno esaminate a fondo. Oggi come oggi, non si può escludere che qualcuna ci racconti qualcosa di questo e di altri fatti di sangue avvenuti a Cetraro e dintorni (ben 11 omicidi tra il 1979 e il 1983).

La sera del 21 giugno 1980, Giannino Losardo, 53 anni, due figli, capo della segreteria della Procura di Paola, militante del Pci e assessore comunale a Fuscaldo, tornava da un’infuocata seduta del Consiglio comunale. Intorno alle 22, al chilometro 298,8 della statale 18, la sua utilitaria azzurra venne affiancata da una moto di grossa cilindrata con due uomini a bordo. Il primo colpo di fucile ferì Losardo che riuscì a buttarsi fuori dall’auto e correre sulla strada. I killer si avvicinarono per finirlo con un colpo di pistola. Ma Giannino non morì subito. Lo portarono all’ospedale dove resistette fino alla sera dopo. «Sono stati quelli di Cetraro» disse Losardo a chi lo soccorse e fece anche in tempo a parlare con qualcuno della Procura. I processi portarono all’assoluzione del presunto mandante (Franco Muto) e dei due presunti killer.

Da cosa si potrebbe dunque partire per una nuova indagine? Lo abbiamo chiesto al figlio di Giannino Losardo, Raffaele, oggi avvocato nello studio che fu del grande Fausto Tarsitano: «Dopo 45 anni, per me è una grande emozione. E non lo è solo per la mia famiglia, ma per tutta la Calabria rimasta a fare i conti con una parte non risolta della sua storia».
Con Losardo proviamo a riflettere sulle questioni rimaste aperte: «Ce n’è una immediata che l’avvocato Tarsitano sollevò nel processo a Bari: su alcuni reperti (bossoli e pallottole) non venne fatta alcuna perizia balistica. E nessuno ha mai spiegato perché».

Per il figlio di Giannino «le piste seguite, che portavano a Cetraro, erano corrette. Al di là delle sentenze sulle singole responsabilità, l’ambito in cui cercare i mandanti era quello. Mio padre dava molto fastidio ai clan e non solo a loro. Era un muro di legalità difficile da abbattere. Se c’è un clan mafioso, il mandante va cercato lì. E tutta Cetraro (come disse mio padre prima di morire) sa chi è stato».

Ma dalle indagini potrebbe uscire anche dell’altro. «Certo, la mafia, in questi territori si rapporta con altri poteri più o meno legali e, spesso (come è accaduto in tanti gravissimi fatti di sangue), viene utilizzata da altri settori della società che hanno bisogno che qualcuno faccia il lavoro sporco e risolva certi problemi».
Quindi? «Mio padre era un ostacolo per questi poteri. È possibile che ci sia stata una convergenza di interessi tra i clan e certe parti legali ma corrotte della società per ucciderlo».
E adesso? «Adesso speriamo che chi sa parli, che sia arrivato il tempo di dire la verità. Ogni tanto mi chiedo come certe persone riescano a decidere di scendere nella tomba portandosi dietro carichi di coscienza così pesanti. Arrivate alla fine della loro vita, certe persone potrebbero provare a dire la verità».

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