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Urlich Armel Makon Ma Hounga

Tempo di lettura 7 Minuti

Avevano una locanda in Africa, a Makak, a nord del Camerun, Urlich e sua madre Veronique, che rimasta sola faceva anche da padre ai suoi sei figli. Quando usciva da scuola il piccolo e fiero africano della tribù dei Bassa’a percorreva il mezzo chilometro che lo separava da casa, e la casa era quel minuscolo ristorante-bar, quasi volando. Nelle vicinanze già riusciva a sentire il profumo del mbongo tchobi, il suo piatto preferito, che poteva essere preparato con pesce gatto, carpe, oppure anguilla, ma a scelta anche carne e la salsa di pebè, così accelerava, allungando il collo come se dovesse vincere una gara di atletica. Ma questa vita umile e felice ebbe fine troppo presto. Finì quel giorno che Veronique si ammalò e a casa non fece ritorno che da morta. Quel sogno semplice e straordinario che hanno in testa tutti i bambini del mondo, anche in quelle parti di mondo ai più sconosciute, ignorate, calpestate, e che invece dentro a ciascuno dei suoi abitanti è identico al nostro, svanì. Insieme con esso gli abbracci al ritorno dalla scuola, le risa sotto la doccia con i bidoncini di plastica, i bagni al lago d’estate, il profumo delle carpe arrosto, e quell’universo fantastico nel quale entrava quando la sera presto si andava a coricare sul letto di cartone con sopra adagiato un telo. Tra poco meno di un mese Ulrich, Ulrich Armel Makon Ma Houga, che oggi vive a Perugia e fa il magazziniere, l’arbitro di calcio nelle serie minori, frequenta un liceo sognando di studiare scienze politiche “per cambiare le condizioni di chi soffre”, compirà 23 anni. Ma mai avrebbe scommesso di arrivarci.

Tutto cambiò all’improvviso, quando era ancora quel bambino che avrebbe voluto soltanto vivere la sua esistenza. Non certamente passare da un posto all’altro, lontano da Makak, che non avrebbe più rivisto, prima schiavo di uno zio orco, complice degli jihadisti di Boko Haram che andò a prenderselo insieme con la sorella più piccola, Manouvelle, poi finendo nelle mani di una moltitudine di banditi e messo a lavorare nei campi, chiuso in catene di notte, quindi, dopo l’ennesima fuga, cadere nella morsa dei Tuaregh nel deserto del Sahara. E da lì fino in Libia, prigioniero nelle carceri dell’orrore, dove se tenti di scappare ti uccidono o torturano con la plastica bollente colata su tutto il corpo. Infine naufrago nel Mediterraneo su un gommone partito da Tripoli e affondato a poche miglia dalle coste italiane, in mezzo ancora a tutti quei compagni annegati sotto ai suoi occhi.

“Quando un’operatrice della nave di Save the Children che ci soccorse mi disse che ero in salvo non volevo crederci, pensavo che fosse un altro inganno”, ci racconta Ulrich, interrompendo più volte per la fatica di affrontare, parlandone, tutti quei dolori e quei fantasmi. Nonostante le brutture vissute, lo sforzo più grande è quando parla di sua madre Veronique, liberando un pianto che non dà scampo a chi lo ascolta. Tuttavia, con immagini che sono piene di luce. “‘Mamma sono qui!’. Quando tornavo a casa mi prendeva per mano, mi baciava sulla fronte. Lavorava tutto il giorno, la sera si sedeva con me a fare i compiti; poi ci metteva tutti a letto. Quando se ne andò avevo solo undici anni. Ricordo che a fine estate già avevo un pensiero fisso sul mio compleanno del 5 novembre. Contavo i giorni. Mamma mi aveva sempre fatto un regalo, ma chiedeva che io portassi a casa buoni voti. Lei aveva studiato da ragioniera, e cantava anche nel coro a messa. Noi siamo cattolici”.

Nell’agosto del 2009 Veronique si ammalò di tifo, fu trasferita per le cure in un ospedale di Yaoundé, la capitale del Camerun, ma senza i soldi necessari per tutte le medicine non fecero che parcheggiarla in una stanzetta e abbandonarla lì fino alla morte. “Io non pensavo che lei potesse andarsene. Non avevo capito che erano gli ultimi giorni. Mi dicevano che non stava bene, ma null’altro. Lavoravo al ristorante con mio fratello più grande, David, per fare un po’ di soldi e comprare almeno una parte dei medicinali. Una mattina mi misero sul treno, quello che dal nostro villaggio passava da Douala e poi a Yaoundé. Durante il viaggio, lì su quel vagone, da solo, pensavo che erano stati troppi i giorni senza vederla e sognavo di tornare indietro con lei”.

Non fu così. Il piccolo Ulrich arrivò finalmente in ospedale, tenendo ancora stretti i suoi soldi e i suoi sogni. Veronique dormiva, dietro di lei la sorellina più piccola. Gli aprì la porta sua sorella maggiore, Majolie. “Svegliammo mamma, lei subito mi abbracciò. Le chiesi ‘mamma, come stai’, ‘sto bene, sta tranquillo, sto bene’, rispose. ‘Mamma, domani torniamo insieme’, lei non disse nulla, limitandosi a ripetermi di stare tranquillo. Così passammo lì tutti e quattro la notte. Al mattino mi dissero che a Makak sarei dovuto tornare da solo. Mamma mi chiese di andare, promettendomi di raggiungermi al più presto. Prima mi strinse a sé fortissimo, piangendo”.

Si parlarono poi ogni giorno al telefono. Lei gli ripeteva di stare meglio, ma non era la verità. Ulrich la sentì per l’ultima volta la sera prima che Veronique chiuse gli occhi per sempre. “Mi alzai il giorno dopo per andare a fare la spesa, convinto di dover fare ritorno a Yaoundé per portare altri soldi e comprare altre medicine. Invece mia sorella aveva già chiamato David per dirgli che non avrei dovuto prendere nessun treno. La mamma era morta. Io non ci credevo, non potevo, era una cosa non reale, non sapevo nemmeno che cosa volesse dire morire. Tutti potevano sparire, non la mia mamma. Non ci credevo nemmeno di fronte all’evidenza, quando la seppellirono, non potevo accettare che fosse sotto terra, non lei. Celebrammo il funerale il 5 settembre del 2009. Era avvolta in un lenzuolo di lino. La osservavo, ero convinto che stesse dormendo. Ripetevo a me stesso ‘mamma sta dormendo’, lo ripetevo alle mie sorelle, ‘non piangete, mamma sta soltanto dormendo’. Stavo lì, non perdevo d’occhio quel lenzuolo, aspettavo un suo piccolo movimento, anche un minuscolo movimento. Mamma non poteva essere morta, mi ero convinto che nel momento in cui l’avessero presa per metterla nella buca si sarebbe alzata. Finita la messa, io ancora aspettavo. Ma la terra copriva il suo corpo sempre di più, fino a che rimase un ultimo piccolo buco, fino a che non la vidi più. Fu in quell’istante che capii che era tutto vero, che la morte aveva preso la mia mamma”.

Il piccolo Urlich, suo fratello David e le sorelle erano soli adesso. Li divisero. Lui e Manouvelle dalla vecchia nonna, in una piccola casa, più poveri che mai, senza quasi cibo, abbandonati. Fu allora che uno zio arrivò da lontano, dal nord del paese, a prenderli. Ma per lui e Manuovelle non aveva progetti d’amore. Dal primo giorno Urlich capì che le cose non sarebbero state mai più come prima. Era un musulmano radicale, e sin da subito dettò regole mai sentite prima. “Non potevo sedermi accanto a mia sorella, e lei non aveva diritto a stare con gli uomini. Fu obbligata a coprirsi, al punto che non potevo più vedere il suo viso. La riconoscevo dalla voce. Ci impose di studiare il Corano, che un istitutore ci leggeva a casa. Non potevamo nemmeno uscire, tranne il venerdì per andare in moschea”. Ma Ulrich era nato combattente, si ribellò a questo incubo. Organizzò la fuga, e poi un’altra, e altre ancora. Acciuffato tutte le volte, legato a un albero di fronte casa, frustato, lasciato senza cibo né acqua. L’orco aveva un piano: portarli in Nigeria, in una base di Boko Haram, farli diventare figli di Allah. “Una mattina presero Manuovelle con la forza, le praticarono l’infibulazione. Mi buttai su di loro, ma mi legarono di nuovo a quell’albero. Lei piangeva, mi chiamava, mi implorava di aiutarla, chiamava nostra madre”. Il resto è un racconto dell’orrore. Manouvelle rapita e portata chissà dove, il piccolo Ulrich che cresceva da solo, al centro di un traffico di schiavi, prima venduto ai padroni terrieri per raccogliere palme da mattina a sera, poi ai Tuaregh. L’odissea nel Sahara, il viaggio verso la Libia, dove sarebbe stato imprigionato e venduto ancora, bastonato, torturato. E la fuga rocambolesca, quel gommone carico di persone disperate, il viaggio interminabile verso l’Europa, i visi di Veronique e Manuovelle che scorgeva come fantasmi sull’acqua. Infine il naufragio, il 15 settembre del 2016, quella mano tesa e l’abbraccio di una volontaria di Save the Children.
Ci abbiamo messo due giorni a raccogliere questo racconto, perché per questo ragazzo, che pure sentiva forte il bisogno di parlare a nome di tanti suoi amici, per fare chiarezza, sfatare abominevoli luoghi comuni in merito ai migranti africani pieni di muscoli e telefonini, non ce l’ha fatta a farlo tutto d’un fiato. Urlich è stato una non persona. Un invisibile, che porta sul corpo e dentro soprattutto, le stimmate di un calvario del quale possiamo conoscere solo una parte. Era sacro, invece. Come ogni uomo, come ogni donna, come tutti i bambini. Diceva Simone Weil che qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano, nonostante tutta l’esperienza dei crimini sofferti e osservati, si aspetta invincibilmente che gli venga fatto del bene e non del male. Come in fondo all’anima di Ulrich, piccolo fiero africano della tribù dei Bassa’a del Camerun.

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