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Salvatore Ponte

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In una fotografia che per richiesta della famiglia non pubblichiamo lui siede sul letto d’ospedale ed è pieno di tubi, lo sguardo perso di chi è appena tornato dall’altra parte della vita. Salvatore Ponte, 45 anni, è un tecnico di emodinamica di Belvedere Marittimo, quel paesino sul mare del Tirreno Cosentino che quando alzi lo sguardo le casette del centro storico, attorno al castello aragonese, sembrano come tirate su dalle mani di un panificatore nel gesto spettacolare di sollevare l’impasto.

E caro e dolce come il pane è Salvatore, che si è appena risvegliato dal coma. Lo dicono tutti, in paese, che è un pezzo di pane, perché tutti lo conoscono. Tutti sanno del suo garbo nel rapporto con gli altri e dell’attenzione che mette in ogni cosa che fa. Osservando questa fotografia non ci si capacita, perciò, che a ridurlo così possa essere stata la ferocia di un uomo incontrato all’uscita da un noto ristorante della zona, a fine ottobre.

La cronaca è un film visto migliaia di volte. Nel giudizio malsano, folle, dell’aggressore, Salvatore andava troppo lentamente; una visione per lui evidentemente insopportabile, addestrato – c’è da pensare, ma nemmeno tanto – a farsi largo a suon di prepotenze e tracotanza.

Quando Salvatore scende dall’auto tentando di calmarlo, di capire il perché di quella valanga di insulti e minacce, di sedarne quell’istinto da assassino che pare l’immagine di tutta quella parte di umanità assetata di odio, scoppia l’inferno: con la macchina di grossa cilindrata questi ingrana la prima, investe Salvatore che cade sbattendo la testa, lo trascina per una ventina di metri, mette la retromarcia e scappa via.

Giuseppe, suo fratello maggiore, è a pochi passi. Subirà, pensate, come se non bastasse, i calci in faccia ripetuti da parte di tre ragazzi probabilmente amici di quell’uomo. Giuseppe si sveglierà all’ospedale con un occhio nero che ha rischiato di perdere e all’orizzonte, a breve, un delicato intervento al viso per ricostruire dodici fratture. Salvatore resterà a lungo con la testa e l’anima fracassate in rianimazione, a Cosenza. A un millimetro dalla morte. Pochi giorni fa, contro ogni previsione, contro ogni logica forse, il ritorno sulla Terra.

Il potenziale assassino è in carcere, e si spera che ci resti per tutto il tempo necessario (ma forse una vita non gli basterà, anche quando uscirà dalla cella) a capire il perché dell’abominevole violenza verso due persone senza colpe, se non quelle di reclamare un diritto, il diritto alla convivenza civile, al dialogo, e la giustizia dovrà battere un colpo, dovrà esprimersi con una sentenza esemplare.

Voglio tuttavia, e con ogni convinzione, sottolineare come il fatto che Salvatore sia vivo, ridotto com’era, com’è anzi, senza mezza calotta cranica (gliela ricostruiranno in titanio), schiacciato dal peso fisico e psicologico e da ciò che l’attenderà fuori dal limbo dove ancora si trova, è un miracolo, un prodigio che ci serviva. Significa che in questo tempo assurdo c’è da sperare sempre contro ogni speranza, e che il bene può anche vincere.

Non ci raccontiamo più la storiella del trionfo a priori, ma lo sguardo di Salvatore che è tornato letteralmente in vita adesso ci insegna a guardare oltre il nostro naso assuefatto al male. Tornerà, e che si prenda tutto il tempo, anche tardi, ma vogliamo credere che tornerà Salvatore ad andare la domenica in moto, a pescare, a giocare con Liala, il suo amatissimo labrador. Giuseppe racconta che da bambino suo fratello aveva il terrore del lupo. Chissà quale favola lo aveva scioccato a tal punto.

“Gli facevo gli scherzi – dice – spegnendo la luce, dicendogli che stava arrivando. Lui correva a piangere da nostra madre. A pensarci, ora, vorrei tornare indietro e non farlo più”. Si chiama Antonietta, la mamma dei fratelli Ponte. Non ha mai smesso di crederci in tutti questi lunghissimi giorni. Salvatore è nato il 24 dicembre del 1976. Quest’anno sarà per la sua famiglia un Natale doloroso, ma speciale, nuovo. E a noi tutti questo miracolo era davvero necessario.

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