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Sono il fratello di un disabile ricoverato presso una struttura assistenziale nelle vicinanze di Cosenza. Succede spesso che mio fratello abbia delle crisi respiratorie, la struttura allerta il 118 che lo trasporta al pronto soccorso di Cosenza. Naturalmente la struttura non è tenuta ad assicurare nessuna continuità assistenziale; una volta trasportato in pronto soccorso le sue responsabilità nei confronti del paziente sono terminate. Ho chiesto spiegazioni e mi hanno risposto che così prevede la legge. Il Pilatesco lavaggio delle mani. Amen.

Ma torniamo alla storia: tutti quelli che purtroppo hanno avuto la necessità di recarsi al pronto soccorso dell’Annunziata sanno di cosa sto scrivendo, un pronto soccorso che raccoglie l’emergenza urgenza di una provincia enorme, per usare un eufemismo letteralmente “scoppia”, pochi medici e spazi inadeguati, e personale insufficiente.

Lo scorso 1 dicembre, a seguito di una nuova crisi respiratoria, mio fratello viene portato d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale Annunziata. La carenza di posti letto fa sì che il Pronto soccorso rimanga l’unico luogo dove “parcheggiare” i pazienti in attesa del famigerato posto letto. Potete solo immaginare cosa significa tutto questo per un soggetto disabile grave in tempi di Covid. Con l’emergenza non è possibile fare assistenza diretta ai pazienti ricoverati. Mi avevano detto che con il green pass e un tampone avrei potuto assisterlo. Ma l’aumento dei casi di Covid ha dato un’ulteriore stretta anche a questa possibilità.

Per più di 36 ore non sono riuscito ad avere nessuna notizia sulle sue condizioni di salute ma solo un messaggino, dove mi si informava che era stato preso in carico dal pronto soccorso, il giorno successivo un altro messaggio che era stato ricoverato in reparto. Telefono in reparto e mi dicono che il paziente non si trova presso di loro e che non sanno dove sia. Chiamare il pronto soccorso è inutile: il telefono squilla per decine di minuti ma nessuno risponde. Immaginate l’angoscia. Poi scatta il riflesso della “calabresità” e ti chiedi se l’amico o l’amico dell’amico conosce qualcuno, e così ho fatto, una persona gentile finalmente mi ha comunicato che mio fratello era ancora in Pronto soccorso. Che fine ha fatto il posto letto che gli era stato assegnato?

Mi sono ricordato che a Cosenza proprio all’interno dell’ospedale “opera” una struttura che si chiama DAMA che è l’acronimo di “Disabled Advanced Medical Assistance”, che tradotto in italiano volgare significa “assistenza medica avanzata ai pazienti disabili” che è finalizzato a definire “percorsi nuovi di accoglienza medica coordinata a favore dei disabili gravi, con deficit intellettivo, comunicativo e neuromotorio”. Riporto letteralmente quello che è scritto sul sito, dove è indicato un numero di telefono verde a cui rivolgersi in caso di necessità. Ho fatto almeno una ventina di telefonate: nessuna risposta, il telefono squilla a vuoto.

Ma quale colpa dobbiamo espiare noi calabresi per essere trattati in questo modo? In fondo anche noi calabresi siamo Europei, l’Italia è tra le prime dieci potenze economiche al mondo, ci sono migliaia di connazionali in giro per il mondo impegnati in lodevoli missioni umanitarie, diamo accoglienza a migliaia di profughi e ti chiedi perché in questa sciagurata regione non si riesce ad un avere un minimo di efficienza e un po’ di umanità.

In un paese normale non si abbandonano i malati in un pronto soccorso tanto più se sono disabili gravi. Chiedo al nuovo presidente di Regione che almeno per i disabili gravi sia predisposto un percorso di continuità assistenziale tra casa di cura e ospedale, è il minimo che si possa fare. Questo sì, signor presidente, sarebbe un segnale di discontinuità con il passato e anche di umana sensibilità.

Spero di ottenere risposte. Generalmente le lettere terminano o con distinti o cordiali saluti in questo caso: Con infinita amarezza

*Lettera diffusa dall’associazione Consumerismo

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