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Sigfrido Ranucci nello studio di Report

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COSENZA – Il giornalismo d’inchiesta come ultimo baluardo dell’assunto anglosassone del watchdog journalism, il cane da guardia del potere che assurge alla sua massima espressione quando incalza e stringe alle corde, svela e denuncia le illegalità e gli abusi, mette in piazza le verità più scomode.

E quando, soprattutto, adempie alla tutela della democrazia, divenendo esso stesso uno strumento di conoscenza e consapevolezza. Un avamposto di libertà.    

Ed è un premio alla libertà di stampa, e al valore che riveste e prova a difendere ad ogni latitudine, quello assegnato oggi al teatro Alfonso Rendano di Cosenza, dalla Fondazione Carical, a Sigfrido Ranucci, giornalista d’inchiesta e autore televisivo, vicedirettore di Rai3, dal 2017 alla guida di Report, la trasmissione Rai che da 25 anni detta l’agenda giornalistica delle inchieste più dirompenti e discusse, incarnando a pieno titolo lo spirito dell’informazione come spina nel fianco dei potenti di turno. Scomoda e al tempo stesso necessaria.

Ne abbiamo parlato proprio con il conduttore mentre si accinge a ricevere il Premio Cultura mediterranea per la sezione Cultura dell’informazione, del quale sono stati insigniti anche Giovanna Botteri e Valerio Rossi Albertini.

Che effetto fa ricevere un premio a Cosenza, in Calabria, regione che spesso è oggetto di inchieste giornalistiche di respiro nazionale e che concentra in sé molti dei malcostumi e delle nefandezze dell’intero Paese?

«È un premio che fa doppiamente piacere, perché viene da una terra che sembra maledetta per la cronicità delle piaghe che l’affliggono e dalle quali non sembra potersi risollevare. E questo è per me un dolore, perché so che qui esistono potenzialità enormi. Qualche giorno fa, ho ricevuto un premio a Sorrento insieme ad un gruppo di ragazzi calabresi che hanno presentato una start-up innovativa sui temi dell’ambiente. E questa cosa mi ha entusiasmato moltissimo perché nei loro occhi ho visto il futuro della Calabria. Peraltro tra loro c’era una giovane imprenditrice incinta e non ho potuto fare a meno di pensare come quel progetto, quelle competenze, possano già essere trasmissibili automaticamente alle nuove generazioni. Il futuro della Calabria passa dai giovani e noi dobbiamo avere la forza di occuparcene perché da loro dipendono le sorti di questa terra meravigliosa. Mi fa rabbia pensare che la punta più avanzata della Penisola, praticamente un approdo naturale per tutto il Mediterraneo e sede di un porto come quello di Gioia Tauro, ogni giorno debba vedersi passare sotto il naso milioni di container diretti a Copenaghen con merci che poi torneranno in Italia per altre vie. E mi chiedo: cosa si aspetta a cambiare rotta?».  

A Report si deve uno degli scoop più clamorosi degli ultimi tempi: quello che riguarda il senatore di Italia Viva Matteo Renzi filmato in un Autogrill con il dirigente dei servizi segreti Marco Mancini. Un caso che ha fatto molto discutere e che ha portato la trasmissione nell’occhio del ciclone. Come avete vissuto quella pressione?

«La nostra squadra è abituata a gestire grandi pressioni, non abbiamo mai fatto inchieste che hanno fatto piacere al potere. Sono sempre molto ruvide e scomode. Questa, in particolare, era anche molto delicata perché riguardava non tanto e non solo un leader di partito, ma un esponente politico di spessore internazionale e già leader di governo alle prese con un agente segreto molto controverso. Non siamo certo verginelle per pensare che incontri del genere non avvengano, ma l’anomalia era rappresentata dal luogo e dal contesto in cui questo è avvenuto. E il vero nodo della questione è che quell’incontro, in un luogo così esposto, ha messo in pericolo il Paese. Immaginiamo se al posto dell’insegnante che ha filmato l’incontro (perché di una insegnante si tratta) ci fosse stato un agente segreto straniero: loro sarebbero stati ricattabili e le informazioni captate avrebbero messo a rischio la sicurezza del Paese. Questo è il punto: noi non abbiamo mai creduto al complotto per far fuori Conte. Pensiamo invece che Mancini, in quella circostanza, badasse più alla sua carriera e a sponsorizzare sé stesso per la vicedirezione del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, ndr), ma il contesto rimane comunque molto particolare. Certo, dispiace per la reazione degli uomini di Matteo Renzi che hanno dato voce ad un dossier palesemente falso che accusava me e Report di aver pagato le fonti per un servizio su Alitalia. Cosa che Report non solo non ha fatto in quella circostanza ma non ha mai fatto nei suoi 25 anni di storia. È stato solo un modo per gettare fango sul sottoscritto e sulla credibilità della trasmissione».

Che prospettive per il giornalismo d’inchiesta in Italia? Riuscirà ancora ad orientare il dibattito pubblico o rischia di essere fagocitato dall’informazione mainstream?   

«In un contesto d’informazione omologata, il giornalismo d’inchiesta può ancora fare la differenza. Può ancora essere l’elemento che fa impazzire la maionese. Noi riusciamo a farlo perché abbiamo alle spalle un’azienda importante come la Rai, ma mi metto nei panni di chi lavora nelle piccole emittenti, nei quotidiani e nei network locali, dove qualsiasi minaccia di querela, qualsiasi pressione, viene vissuta in maniera diversa. Senza parlare dei colleghi che vengono pagati una manciata di euro: come si può pretendere schiena dritta o indipendenza in quelle condizioni? Poi c’è l’aspetto delle tutele di legge. Al Senato da più di due anni giace un provvedimento sulle querele temerarie la cui approvazione aiuterebbe moltissimo la libertà di stampa nel nostro Paese. Ma non sembra essere una priorità del Governo. Ed è gravissimo perché bisogna ricordare che in Italia ben 22 giornalisti vivono sotto scorta e che nella civilissima Europa sono stati uccisi due giornalisti, Galizia Caruana e Peter de Vries, mentre svolgevano il loro dovere. Ed è successo in due Paesi, Malta e Olanda, dove non a caso è più diffuso il riciclaggio delle ricchezze della criminalità organizzata e di imprenditoria e politica corrotte. In Europa, e in Italia, c’è ancora l’assoluta necessità di difendere i principi della libertà di stampa».  

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