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Nuccio Ordine

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Che cosa ci sta insegnando il Coronavirus? Un quesito non da poco, che in questi giorni, in Spagna, uno dei paesi europei più colpiti dalla pandemia dopo l’Italia, i maggiori mezzi di informazione si stanno ponendo e nel coinvolgere esponenti del mondo della cultura sono partiti proprio da un professore dell’Università della Calabria. È infatti Nuccio Ordine, ordinario di letteratura italiana e internazionalmente riconosciuto come uno dei maggiori studiosi di Giordano Bruno e del Rinascimento, protagonista in Spagna di interviste e approfondimenti sulla carta stampata e su popolari trasmissioni televisive e radiofoniche.

Poco di cui stupirsi, per la verità, considerato che il professor Ordine è molto noto tra i lettori spagnoli grazie al grande successo internazionale ottenuto dai suoi due libri “L’utilità dell’inutile” (ormai tradotto in 23 lingue, 33 Paesi) e “Classici per la vita”, entrambi pubblicati dall’editore Acantilado di Barcellona.

Allora, Professore, cosa ci sta insegnando questa pandemia?
«Potrà sembrare paradossale, ma proprio adesso, confinati nella solitudine delle nostre case e lontani dai nostri affetti, stiamo scoprendo che gli esseri umani non sono isole separate, ma che appartengono a un unico continente. Stiamo scoprendo che non possiamo vivere senza gli altri e che un nostro gesto irresponsabile potrebbe avere effetti terribili sulla comunità».

Nel giro di qualche settimana sembrano venir meno in maniera devastante convinzioni politico-sociali fino a poco fa emergenti, se non dominanti. Che ne pensa?
«Non c’è dubbio. Gli slogan che finora hanno garantito le vittorie elettorali in Europa e nel Mondo sono stati smentiti: “America first”, “la France d’abord”, “prima gli italiani”, “Brasil acima de tudo” hanno offerto un’immagine insulare dell’umanità in cui ogni individuo sembra essere un’isola separata dalle altre, invece la pandemia ha mostrato che l’umanità è unica e che ogni individuo è profondamente legato agli altri. Stiamo comprendendo che il virus non si può vincere da soli, si sconfigge soltanto se siamo solidali».

Insomma, ci voleva il coronavirus per certificare la fragilità dell’individualismo come impostazione di vita e modello sociale?
«I politici che oggi tessono l’elogio dello sfrenato individualismo contraddicono etimologicamente la loro funzione: per gli antichi Greci, sul piano della vita civile, gli idiotai erano coloro che si occupavano esclusivamente del loro interesse “privato” (idios), in opposizione agli interessi della città (Polis, da cui deriva “politico”). Mi sia permesso di considerare “idioti” questi politici sostenitori del più bieco egoismo, non solo perché pensano esclusivamente a se stessi, ma anche perché sono ignoranti. Ignorano che gli esseri umani non possono vivere sottovalutando l’importanza dell’altro».

Professore Ordine, lei ha fatto riferimento all’attuale impossibilità di coltivare gli affetti e le amicizie; ma al giorno d’oggi, nonostante la “quarantena collettiva”, cosa alimenta questa percezione considerato che in realtà siamo sempre digitalmente interconnessi?
«Questa è un’ottima domanda che mi permette di analizzare alcune contraddizioni molto delicate che ci toccano da vicino. In una società tecnologica come la nostra, Facebook e le reti sociali hanno creato una forte illusione di poter coltivare rapporti umani attraverso il virtuale. L’essere connessi 24 ore su 24 ha finito per determinare una terribile nuova solitudine: io, racchiuso da solo col mio dispositivo in una stanza al buio, mi illudo di poter intrattenere rapporti umani con altri utenti collegati in rete. Ben altra cosa è l’esperienza emergenziale che stiamo vivendo adesso: ora che non posso scegliere di intrattenere rapporti diretti con le persone mi servo dello strumento per mantenere vivo il mio contatto con l’altro. Un conto è scegliere deliberatamente il rapporto virtuale al posto di quello fisico e reale. Un altro conto è approfittare dell’impossibilità di incontrare fisicamente l’altro per mantenere vivi i rapporti reali attraverso il virtuale. Nel primo caso il virtuale finisce per sostituirsi al reale, mentre nel secondo è solo un mezzo per mantenerlo vivo in circostanze eccezionali».

Le altre contraddizioni?
«Mi piacerebbe affrontare una contraddizione legata a quella precedente. Negli ultimi decenni abbiamo visto sempre di più svilupparsi la globalizzazione: in meno di 24 ore un aereo può collegare due continenti opposti. Ma questa vicinanza tra i continenti non ha favorito la vicinanza tra gli esseri umani, proprio come le reti sociali non favoriscono veramente uno spirito comunitario (anzi, a volte scatenano gratuitamente odio e aggressività). L’emergenza coronavirus ci ha fatto capire che senza solidarietà, non solo tra gli individui ma anche tra le nazioni, non è possibile sconfiggere l’epidemia».

Lei ha sostenuto che oggi questa emergenza ha evidenziato i limiti del nostro sistema sanitario pubblico…
«Negli ultimi decenni l’ideologia neoliberista non solo in Italia ma in tutta Europa ha progressivamente indebolito la sanità pubblica con tagli sostanziosi ai budget degli ospedali: meno medici, meno posti letto, meno attrezzature, meno personale sanitario. Le conseguenze di queste scelte politiche adesso stanno sotto gli occhi di tutti. Stiamo comprendendo che avere una buona sanità significa salvaguardare il diritto alla vita di tutti i cittadini e, nello stesso tempo, significa preservare la tenuta economica e sociale del Paese. Tagliare fondi alla sanità vuol dire indebolire drammaticamente la crescita culturale ed economica della nostra nazione. Non a caso il premio Nobel per l’economia Amartya Sen ha sostenuto che ingenti investimenti nella sanità e nell’istruzione favoriscono uno straordinario sviluppo. A tal proposito ha studiato il caso del Kerala (uno dei più poveri stati dell’India) che dopo massicci investimenti in sanità e istruzione è diventato lo stato con il più alto reddito pro-capite».

E per quanto riguarda la sanità privata?
«Il caso degli Stati Uniti mi pare eloquente. Come si può immaginare di pagare un tampone 2.000 dollari? Cosa succederà a milioni di poveri e di senza lavoro che non hanno assistenza sanitaria? Chi si occuperà di loro? E coloro che possono permettersi gli ospedali privati, come immagineranno la loro vita circondati da migliaia e migliaia di concittadini infetti?»

Passiamo al capitolo istruzione…
«Anche lì la situazione è catastrofica. La scuola, l’università e la ricerca scientifica hanno subito drammatici tagli. Mancano insegnanti, mancano strutture, mancano finanziamenti per i laboratori. Anche in questo settore la logica aggressiva del neoliberalismo ha prodotto disastri. Oggi dobbiamo ricorrere necessariamente alle lezioni a distanza per evitare il trauma di una rottura totale dei rapporti con i nostri studenti. Non abbiamo scelta e dobbiamo utilizzare la tecnologia per affrontare quest’emergenza. Mi preoccupano, però, le dichiarazioni di qualche rettore e di alcuni colleghi che considerano l’emergenza come un’occasione per rilanciare la didattica digitale. Trasformare l’eccezione in una regola sarebbe un errore gravissimo. L’essenza dell’istruzione è data dalla lezione in classe, dall’esperienza umana, diretta, tra docenti e discenti. Nessuna piattaforma digitale cambierà la vita di un allievo. Depotenziare la classe insegnante e mortificarla con stipendi inadeguati e poi finanziare massicciamente l’acquisto di macchine e computer mi sembra una follia. Solo un buon professore può cambiare la vita di uno studente».

Sempre a proposito della condizione eccezionale di “reclusi in casa” che siamo costretti a vivere, lei ha avuto modo di soffermarsi sui mutamenti radicali della nostra quotidianità…
«In una società che fino a qualche settimana fa era dominata dalla rapidità, oggi possiamo cogliere l’opportunità per capire i vantaggi della lentezza. Dedicare tempo a sé, alla riflessione, alla lettura di un libro, all’ascolto della musica o alla contemplazione di un’opera d’arte ci aiuta a coltivare meglio la nostra umanità. Proprio in questi momenti difficili possiamo scoprire l’importanza di quei saperi che la nostra società ritiene ingiustamente inutili perché non producono profitto».

In che maniera questa crisi ci potrà rendere migliori?
«Diventeremo migliori solo se riusciremo a non dimenticare le cose che stiamo imparando soprattutto dal punto di vista umano. Molto spesso, nel passato, non siamo riusciti a fare tesoro delle nostre esperienze. In tempo di epidemie, ci ricorda Camus, è più facile capire che un mondo costruito sull’indifferenza, sull’ingiustizia sociale e sulle profonde disuguaglianze è un mondo che non avrà futuro; è più facile capire che la vita di una persona anziana o di ammalato merita il nostro rispetto e la nostra compassione. La letteratura ci insegna a capire e a ricordare. Come non pensare alle profonde parole Kundera: “la lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblìo”».

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