X
<
>

3 minuti per la lettura

La riforma Bernini sul reclutamento universitario accende il dibattito tra autonomia degli atenei, meritocrazia e rischio di derive clientelari.


È il 19 giugno scorso. Alla Camera si discute la nuova riforma dell’università presentata dalla ministra Anna Maria Bernini del governo Meloni.

Intanto, nelle aule universitarie e sui social, studenti e ricercatori protestano contro quello che definiscono un aumento della discrezionalità nei concorsi, la riduzione delle garanzie di trasparenza nelle selezioni e il rischio di un sistema di reclutamento sempre più legato ai singoli atenei e meno a criteri nazionali uniformi. Molti temono inoltre un indebolimento del ruolo dell’Abilitazione Scientifica Nazionale e un possibile aumento delle dinamiche di favoritismo.

COSA CAMBIA CON LA RIFORMA BERNINI

La riforma Bernini modifica il sistema di reclutamento universitario, eliminando il ruolo centrale dell’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) e attribuendo maggiore autonomia agli atenei.

Cambia anche la scrittura dei bandi: non sarà più necessario fare riferimento a un settore scientifico-disciplinare rigido, ma le università potranno definire il profilo richiesto attraverso attività di ricerca, didattica e competenze specifiche.

I concorsi potranno inoltre prevedere prove didattiche e la discussione delle pubblicazioni scientifiche, con l’obiettivo dichiarato di rendere il reclutamento più flessibile e rapido.

E perché l’opinione pubblica contesta la riforma?

Alcuni sostengono che sia proprio questa maggiore specificità dei bandi a rendere più facile la costruzione di procedure “su misura”, potenzialmente capaci di agevolare dinamiche di raccomandazione. Una deriva che molti dottori e ricercatori definiscono senza mezzi termini una «legalizzazione della corruzione», denunciando anni di tentativi di accesso al mondo accademico vissuti come una corsa a ostacoli tutt’altro che meritocratica.

TRA MERITO E DISCREZIONALITÀ

«Il sistema universitario è corrotto. Mi dispiace dirlo, e potrei sicuramente anche sembrare solo un frustrato nel fare affermazioni simili dalla mia prospettiva, ma purtroppo ho visto e vissuto cose che credevo leggende metropolitane» afferma un ex studente universitario che chiameremo Fabio su sua richiesta.

Fabio prova da tre anni bandi di ricerca in diverse realtà universitarie italiane per realizzare un giorno il suo sogno di diventare docente nella sua disciplina. Eppure, ogni volta, a risultare vincitore del concorso sono colleghi che hanno, o hanno avuto, rapporti accademici con uno dei docenti presenti nella commissione giudicatrice.

IL CONFINE SOTTILE DEL SISTEMA

«Passare un bando specifico come quello che vuole costruire Bernini non è più un merito. Non è il frutto dello studio e della passione che si impiega nella ricerca. È il modo più facile per arrivare a una posizione di successo fondamentale nella società, il che è anche molto pericoloso per il nostro futuro», afferma aspramente invece una ex studentessa Unical e ora dottoranda all’Università di Palermo.

Aggiunge: «vorrei invitare tutti i vincitori di bandi universitari a riflettere sui contesti nei quali hanno ottenuto certi posti, se pensano di aver vinto il bando solo perché bravi e talentuosi».

La questione, in fondo, non è mai davvero tecnica. Non è destra o sinistra, non è riforma o controriforma. È la solita, eterna domanda italiana: quanto vale davvero il merito quando le regole diventano abbastanza flessibili da sembrare sempre scritte per qualcun altro?

L’ENNESIMA FUGA SILENZIOSA

«Sto pensando seriamente di lasciare l’Italia. Vorrei continuare a fare ricerca in biologia, è il mio sogno, ma qui le condizioni sono sempre più incerte e la sensazione è che il sistema sia chiuso. In Portogallo probabilmente andrò non solo per il lavoro, ma perché qui non vedo un ambiente sano per crescere accademicamente», racconta uno studente di triennale in biologia.

E mentre la riforma promette velocità, autonomia e semplificazione, resta sospesa una sensazione meno misurabile ma più persistente: che nel tentativo di rendere l’università più efficiente, si finisca ancora una volta per discutere non di chi entra per merito, ma di chi riesce a riconoscersi nel profilo giusto al momento giusto. E in Italia, spesso, questa non è una differenza sottile, ma l’intero sistema.

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

SFOGLIA