X
<
>

L'intervento di Amalia Bruni

Tempo di lettura 3 Minuti

COSENZA – In fuga dalla democrazia ma anche dalla protesta. I calabresi – in particolare quel 56% che ha disertato le urne – appaiono come “particelle impazzite” nella consueta analisi post voto offerta dall’Osservatorio Politico-istituzionale del dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Unical. Più “responsabilizzazione” o, per paradosso, ancora maggior qualunquismo?

Per gli analisti dell’ateneo di Arcavacata è ancora presto per trarne un giudizio definitivo. Quel che è certo è che Movimento 5 stelle, Lega e (in misura minore) Fratelli d’Italia sono «i veri perdenti» della tornata elettorale appena conclusa. Un esito distorto che consegna la cifra dell’alienazione e della delusione perenne vissuta dal popolo calabrese alla prova del voto. «L’elettore medio dimostra di fidarsi dei partiti più “responsabili”, cioé che hanno già governato, come Forza Italia e Pd – ha spiegato Francesco Raniolo, ordinario di Scienza politica -; in particolare il primato di Forza Italia con il 17,31% si può spiegare come il frutto della “meridionalizzazione” di un partito storicamente a trazione lombarda».

Per Raniolo, però, la performance di De Magistris che ha ottenuto il 16,7% è da considerarsi ugualmente «un successo» poiché nelle Regioni del Sud non è scontato da parte di un movimento civico.

Il professor Roberto De Luca si è poi soffermato sulla mancata alternanza tra centrodestra e centrosinistra, una costante delle tornate elettorali, addebitabile al poco tempo intercorso tra la fine della passata legislatura e il principio della nuova. Riflettori puntati, poi, sul sistema elettorale calabrese, definito “pasticciato” in quanto presenta anomalie nella trasformazione dei voti in seggi dovute al cosiddetto premio di maggioranza.

«La coalizione vincente conquista il 69% dei seggi, un po’ eccessivo se consideriamo che nelle altre coalizioni ci sono liste che hanno riportato più preferenze per i singoli consiglieri che non si tradurranno in seggi», ha affermato.

Sul punto è intervenuta anche la costituzionalista Anna Falcone, candidata nella lista “De Magistris presidente”, annunciando a breve iniziative in merito alla legge elettorale della Calabria da parte di un gruppo di giuristi. Infine, il potere trainante della territorialità dei candidati: spiccano i casi di Aiello Calabro, Comune d’origine dell’ex sindaco Franco Iacucci, dove il Pd risulta primo partito con percentuali bulgare (62,7%) e di San Pietro in Amantea, in passato considerato il paese più leghista della Calabria ma che ha fatto registrare una svolta meloniana dopo il passaggio del suo sindaco in Fratelli d’Italia.

IL DEBUTTO DELLA DOPPIA PREFERENZA

Giovani, competenti e attive soprattutto nella politica non istituzionale: è l’identikit delle donne candidate al Consiglio regionale nel focus curato dalla professoressa Giovanna Vingelli. Una partecipazione ampia (pari al 47%) favorita senz’altro dal cambio della normativa sulla doppia preferenza di genere (sebbene in realtà il 90% dei votanti non l’abbia utilizzata). «Si tratta di donne che hanno raccolto tanti voti – ha sostenuto Vingelli -, ma che i partiti non considerano ancora pronte a diventare leader, trattandole alla stregua di “riempiliste”. Secondo me non è proprio così perché non si tratta di soggetti manipolabili».

J’ACCUSE DI AMALIA BRUNI

Unica tra i 4 candidati governatori a partecipare, Amalia Bruni ha invitato a una riflessione sulle 20mila schede bianche e le 25mila nulle, altrettanto preoccupanti rispetto al dato sull’astensionismo.

Dura l’invettiva all’indirizzo del centrodestra, reo di fare incetta di voti con metodo clientelare, e delle 5 “colleghe donne” della maggioranza: «Non credo che se si fossero chiamate Bruni o in altro modo avrebbero potuto essere elette in Consiglio regionale. Sono espressione di potentati e genealogie non irrilevanti».

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA