Daniela Pellegrino in Antartide

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RENDE (COSENZA) – La prima volta in Antartide non si scorda mai. Per Daniela Pellegrino, ricercatrice di Fisiologia dell’Università della Calabria, risale al 1998. Un viaggio in mare di circa 15 giorni dalla Nuova Zelanda, scandito, sul finire della traversata, dalla comparsa dei primi iceberg e dei pinguini che le davano il benvenuto al Polo Sud.

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«I pinguini di Adelia. Sono molto socievoli, per nulla spaventati dall’uomo. Non ho mai visto purtroppo i pinguini imperatori: di solito noi andiamo in spedizione quando lì è estate e loro migrano quando inizia a rompersi il pack – racconta la ricercatrice – È frequente incontrare anche le foche di Weddel: capita di uscire dalla base e di trovarsele sulla porta».

All’Unical Daniela Pellegrino è una veterana dell’Antartide. Ha partecipato a tre spedizioni – l’ultima nel 2005 – presso la base italiana di Baia di Terranova e ora sta organizzando la prossima. E sarà una spedizione speciale perché l’Unical per la prima volta ha il coordinamento nazionale di uno dei Pnra (Progetto Nazionale di Ricerche in Antartide) sostenuti dal ministero dell’Istruzione, università e ricerca.

Il progetto presentato da Daniela Pellegrino come principal investigator – risultato primo tra gli 11 ammessi a finanziamento dal Miur – si chiama AntaGPS e si propone di monitorare la presenza di inquinanti tradizionali ed emergenti in Antartide. Insieme all’Unical, capofila, sono coinvolti gli atenei di Padova, Camerino e Bologna e tre partner internazionali (University of Bergen, Sonoma State University, British Antarctic Survey).

«Vogliamo rendere l’Antartide sensore dell’inquinamento globale utilizzando i suoi organismi endemici come bioindicatori» spiega Daniela Pellegrino. Dovrebbe essere un’area incontaminata l’Antartide, vista la ridotta presenza dell’uomo – è abitata solo dai ricercatori e dai militari che sono lì a supportare l’attività delle basi scientifiche – e la presenza di una corrente fredda che agisce quasi da barriera fisica.

«Gli inquinanti però sono arrivati anche lì – spiega Pellegrino – Soprattutto per via aerea, ma anche via mare. Sono stati trovati residui di detersivi e di farmaci. Ed è arrivata anche la plastica: uno studio ha mostrato che il krill antartico ingerisce le microplastiche e le scompone in frammenti ancora più piccoli».

Le attività di ricerca di AntaGPS rientrano negli obiettivi dell’istituzione dell’area Marina Protetta del Mare di Ross, su cui si affaccia la base italiana. «Condurremo delle analisi su campioni d’acqua e su molluschi, alghe, muschi per rilevare la presenza di metalli pesanti e inquinanti emergenti. Ma svolgeremo anche uno studio a ritroso – racconta la ricercatrice – Faremo un’analisi comparativa, passando in rassegna le ricerche già svolte sull’Antartide, e chiederemo ai colleghi che operano lì vecchi campioni conservati nelle basi, per poterli analizzare». Risultati attesi? «Riscontreremo, temo, l’aumento dell’inquinamento», dice. Si spera, però, di rilevare un impatto positivo dalla messa al bando dei combustibili con piombo in poi.

Daniela Pellegrino ha iniziato a occuparsi dell’Antartide studiando la fisiologia dei suoi organismi. Dopo la laurea in Biologia, conseguita all’Unical nel ‘93, è entrata a far parte del programma di ricerca in Antartide già nel ‘96 e dal 2012 è coordinatrice locale e responsabile scientifico dell’unità operativa dell’ateneo. È diventata ricercatrice nel 2004: in mezzo tutta la trafila come dottoranda, post-doc, assegnista. «Dieci anni di precariato. Un percorso lungo, ma oggi è anche più difficile» dice. Nel ‘95 ha vinto anche il concorso per vigile urbano a Cosenza e ha fatto parte della Polizia municipale fino a quando non è entrata di ruolo all’Unical. «Quando partivo per l’Antartide, chiedevo il congedo per motivi di studio» racconta.

Tra i primi ricordi, ancora prima dei pinguini e delle foche, c’è però l’addestramento. «Venti giorni circa, parte dei quali trascorsi sul monte Bianco, dove ti alleni a sopravvivere in ambienti estremi. Si impara a montare le tende, si dorme al freddo, ci si prepara anche a prestare soccorso, si fa i conti con l’isolamento – racconta Daniela Pellegrino – Lì si conoscono anche gli altri membri della spedizione, con i quali poi ci si troverà a condividere pressoché ogni momento della propria esperienza antartica». Quello a cui non ci si può abituare, in addestramento, è il giorno perenne dell’estate australe. «Ti altera il ritmo sonno-veglia. Tendi a essere sempre iperattivo» ricorda sorridendo la ricercatrice.

La prossima spedizione, quella del progetto AntaGPS, partirà il prossimo novembre. «Stavolta io non andrò, ho un bambino e non posso restare via mesi. Ma partirà qualcuno dei nostri giovani ricercatori, tra dottorandi e assegnisti. Sono tutti già molto eccitati…».

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