X
<
>

3 minuti per la lettura

Il concetto di Catarsi nel cinema può essere collegato a quando lo spettatore guarda le sventure dei protagonisti, s’immedesima nelle vicende; è la creazione dell’empatia tra il racconto e lo spettatore.


Entrare in una sala cinematografica non è mai un semplice atto di consumo. È un cammino verso lo specchio di noi stessi. Una ricerca di senso che affonda le sue radici nei teatri dell’antica Grecia. Le traiettorie della settima arte contemporanea si rivelano solo attraverso l’occhio di chi ne abita i meccanismi.

Ne studia le forme e ne cura la diffusione con un lavoro costante di analisi e selezione. È in questa prospettiva che si inserisce il contributo di Daniele Dottorini, professore associato di cinema presso l’Università della Calabria. Una figura poliedrica nel panorama culturale.

IL PONTE SENSORIALE TRA LO SPETTATORE E IL CINEMA

Aristotele, nella sua Poetica, introdusse il concetto di Catarsi (dal greco kátharsis, purificazione). Lo spettatore guardava le sventure dei protagonisti. Le faceva sue. Provava pietà per chi soffriva ingiustamente. Sentiva terrore al pensiero di poter subire la stessa sorte.

Secondo Dottorini, è più corretto parlare di “forma”: lo strumento essenziale per costruire l’empatia. Non si tratta di rendere il dolore “più bello”, ma di creare un ponte sensoriale tra lo spettatore e il racconto. Il cinema, attraverso la regia, il montaggio e la recitazione, ci porta a vivere emozioni che non sono nostre. Così, immagini bidimensionali diventano esperienze reali.

È l’erede legittimo di quel teatro greco: è lo spazio sacro dove l’irrisolto trova forma. La vita di tutti i giorni è spesso un caos di emozioni confuse. Ma il grande schermo le sistema in modo estetico. È un posto fisico dove tutto si ferma, ma ti regala anche nuovi modi di vedere il mondo a cui tornerai una volta che il film sarà finito. Non è un’evasione dalla realtà, ma un’incursione più profonda in essa. Ci restituisce la capacità di meravigliarci. Trasformando così la noia dell’esistenza in un’epica del quotidiano.

CATARSI, IL CINEMA CHE CREA EMPATIA

C’è qualcosa di quasi illogico nel modo in cui noi umani ricerchiamo la tristezza. Quando scopriamo che un film ha fatto piangere tutti, non scappiamo. Al contrario, corriamo a comprare un biglietto. Ci chiediamo subito: “Farà disperare anche me?”. Dottorini sottolinea che il grande cinema tocca profondamente sedimentandosi nella memoria. La vera catarsi non è un pianto liberatorio di due ore. È un cambiamento di prospettiva che ci accompagna ben oltre i titoli di coda.

Il dolore esiste già fuori dallo schermo. Quello che cerchiamo nel buio è un rifugio dove sentirci meno soli. Piangiamo per un astronauta perso nello spazio o per un amore che finisce, ma non piangiamo per loro. Stiamo proiettando le nostre incertezze, i nostri dubbi e i nostri addii nelle loro storie.  Uno dei fenomeni più interessanti analizzati da Dottorini è poi lo spostamento dell’interesse verso il “villain”. In un mondo che vive una crisi del futuro e un’incertezza costante, il “viaggio dell’eroe” sembra perdere credibilità. Personaggi complessi come il Joker di Heath Ledger hanno una profondità umana. Gli eroi semplici, invece, spesso mancano di questa complessità. 

In un’epoca di streaming veloce e frammentario, il cinema ci invita a fermarci e a riflettere. Ci insegna a guardare lontano e a provare empatia. L’altro, diverso da noi, diventa nostro fratello nell’oscurità della sala. Siamo tutti stranieri a noi stessi, finché una storia non ci racconta chi siamo. E quando le luci si riaccendono e usciamo, non siamo più gli stessi. Portiamo con noi un pezzo di quella luce che, per due ore, ha illuminato le stanze segrete della nostra anima.

“ In a cinema, when the lights go down, and eventually you share the pulse with some other people. That’s magic. Cinema should be seen in cinemas”. -Stellan Skarsgård

Leggi altri articoli su Unical Voice

Seguici anche su Instagram

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

SFOGLIA