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Dario Brunori

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4 minuti per la lettura

Un disco intenso sulla paura, come affrontarla e il presente

NON che finora abbia solo scherzato, Dario Brunori. «Ma adesso è come volessi dire: Fermatevi, devo dirvi cose importanti, ascoltatemi».

L’impressione è che con “A casa tutto bene” (uscito il 20 gennaio da Picicca Dischi, ndr) Brunori SAS sia a un punto di svolta.

«Sono partito da quello che non volevo».

Cosa non volevi? In fondo finora non avevi sbagliato un colpo.

«Non volevo più quadretti neorealisti, cartoline dal passato. Né che prevalesse un approccio ironico che mi aveva connotato fin qui: avevo in mente un cambio di tono».

Cos’altro non volevi?

«Volevo evitare che fosse un prodotto cantautorale, cercavo un suono da band, che potesse piacere anche agli ascoltatori musicisti».

Hai eliminato la precisazione numerica nel titolo: niente Volume 4.

«Sì, era un vezzo giovanile: avevo bisogno fin dal titolo di maggiore sobrietà».

Ti sei affacciato dalla finestra di casa per guardare al mondo.

«A raccontare quello che vedo, senza mettermi su un piedistallo. Non distribuisco voti. Nessun moralismo».

Un disco ricchissimo, inzuppato del nostro presente, gli inchini mafiosi della Madonna e Zygmunt Bauman, la guerra santa e Salvini, Lucio Dalla e Netflix.

«Mi nutro di contraddizioni e ipocrisie che ci portiamo addosso. E poi ci sono sempre state due parti in me: una bestiale, misera; l’altra altruista, nobile».

Fin dalla tua prima canzone, “Il pugile”, c’è questa dialettica interna. È giusto considerare “A casa tutto bene” un disco contro la paura?

«Non contro la paura, ma sulla paura: su come avere il coraggio di affrontarla. Sporcarci i vestiti. Paura di cui è pieno il mondo: terrorismo, insicurezza, razzismo, illusione».

E poi la madre di tutte le paure… “quella di scomparire, della fine di quello a cui teniamo”. È il tema del potente brano “La verità”, che con il video di Giacomo Triglia ha anticipato l’uscita dell’album.

«Questo pezzo, l’ultimo che ho composto, è un promemoria per me stesso: conservare questa lucidità per smuovermi, trovare la forza di rischiare e non restare fermo. Accettare il dolore e non rimuoverlo».

Canzoni contro la comodità. Gli opposti fuori e dentro di noi: Don Abbondio e Don Chisciotte, bassezza e idealismo.

«Assumo punti di vista molteplici per narrare il nostro tempo liquido. La società è il nostro specchio. Non rinnego l’uomo nero dentro di me».

Ammetti la tua paura su un autobus di Milano quando un ragazzo arabo inizia a pregare; di non essere mai stato in un centro di accoglienza…

«Appunto… Spesso metto in dialogo le contraddizioni, non le osservo da fuori ma le assumo, le accolgo, senza esprimere giudizi».

Cosa ti ha influenzato maggiormente nella stesura dei pezzi?

«Ti sembrerà strano, ma una delle maggiori influenze sono state le serie Tv. Mi piace l’idea di utilizzare il tempo nel miglior modo possibile, rifuggire da scappatoie, asciugare la scrittura».

In “Colpo di pistola”, l’io narrante è un uomo che ha ucciso la sua donna. Non sei a disagio a cantare questo pezzo?

«No, perché? È una murder ballad alla Nick Cave, io sono il mostro: mi interessava e mi emozionava più questo punto di vista che non quello del pathos o della morale. Anche qui c’è sotto una serie Tv, “Fargo”, se vuoi».

C’è una domanda etica, una ricerca di senso dietro ciascuna canzone, anche se un tuo personaggio dice «la vita va vissuta senza trovarci un senso».

«Dipende dalla sensibilità che hai, ti fai domande in base a come sei dentro, mia madre mi ha trasmesso questa inguaribile tendenza per la nostalgia canaglia».

Come avete lavorato con Taketo Gohara, che ha nuovamente prodotto il disco?

«Taketo è l’esatto contrario di me».

Bene!

«Avevo trascritto su un foglio excel tutto nei minimi dettagli. Poi è arrivato lui, che è per una creatività più spontanea. Mi ha detto “Tu sei un pazzo furioso!”».

Come ne siete usciti?

«Con una mediazione tra esigenza di controllo e propensione per il caos: lui riesce a tirare fuori sempre il meglio da tutto».

In questo disco hai una voce molto toccante, sembra registrata mentre sei appena sveglio, in un momento in cui puoi solo dire la verità.

«Ci abbiamo lavorato molto perché avevo bisogno, per le cose che canto, che la voce suonasse vera, sincera. Ma tutto il disco ha un suono di cui sono felice: è stratificato, tridimensionale».

Questo disco di canzoni senza filtro è nato tra la Calabria e Milano.

«Trascorro periodi frequenti a Milano: anche qui c’è una dialettica degli opposti, tra due realtà per me entrambe necessarie».

Tra gli amari sui Navigli e “la provincia ferma agli anni ‘80” (in “Lamezia Milano”). Ma la canzone che ti rappresenta di più è “Il costume da torero”.

«Avevo necessità di mostrare anche questo lato di me che c’è: quello della moderazione, della conciliazione. La sintesi degli opposti, la mediazione che supera tristezza e paura».

Il coro dei bambini che canta “La realtà è una merda ma non finisce qua” è un’idea bellissima.

«Alla fine, la disillusione non può mai giustificare il cinismo. È vero, sfrondo le illusioni ma non per questo smetto di alimentare tutte le cose in cui credo».

[La prima volta questa intervista è stata pubblicata sull’edizione cartacea de Il Quotidiano del Sud – edizione Calabria, del 19 gennaio 2017]

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